In questi mesi in cui ormai tutt* noi abbiamo imparato a conoscere e praticare il cosiddetto social distancing, vogliamo provare a pensare al concetto di alienazione.

Parlando di alienazione intesa in senso generale come sentimento di estraneità, di impotenza e anche, conseguentemente, di odio verso il lavoro che si svolge, la società moderna, l’ambiente in cui si è costrett* a stare, ci facciamo domande sui ritmi di vita degli ultimi mesi ed in particolare sulla sorveglianza reciproca agghiacciante. Forse è proprio in questi momenti che l’odio derivante dall’alienazione viene vomitato su chi si muove in quegli spazi pubblici deserti in modi che noi riteniamo ingiusti (tutto diventa personalissimo, un attacco a noi stess*).

E parlando di spazi pubblici, il concetto di alienazione ci fa chiedere anche cosa accade agli spazi pubblici quando il pubblico non li può vivere? In un momento in cui i confini tra pubblico e privato, domestico e professionale si mescolano, come cambiano le nostre concezioni di questi ambienti e di chi li vive? E se immaginiamo la lotta politica come qualcosa che si fa negli spazi pubblici e, soprattutto, che si fa a contatto con la gente, uno scambio di idee anche corporeo, come possiamo ripensare e ricreare questi scambi e contatti che adesso ci sono negati e di cui abbiamo paura come mai prima e che si riversano inevitabilmente (per chi vi può avere accesso) su spazi virtuali?

L’alienazione è, per altro, un concetto inevitabilmente collegato al lavoro (soprattutto in termini marxisti) ed oggi più che mai questioni di lavoro, salario e precarietà sono urgenti e sentite sulla pelle di tutt* noi. Ma parliamo anche dell’alienazione di chi non ha accesso a tecnologia, assistenza sanitaria, sostegni economici, documenti o una casa in cui praticare l’isolamento. Questo tipo di alienazione così legata ad un sistema neoliberale, capitalista, patriarcale e fondamentalmente classista e razzista non è nuova, ma in questo momento più che mai diventa imperativo affrontarla e immaginare nuovi modi di praticare una lontananza fisica ma una vicinanza sociale. Proviamo dunque a rigettare l’alienazione che ci viene imposta dal sistema e, pensando al concetto di spazio già menzionato prima, proviamo a riconsiderare e ri-immaginare il social distancing non tanto come alienazione ma come un atto consapevole e comunitario di farsi da parte, di fare spazio a chi ne ha bisogno.

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