In questo momento di quarantena obbligatoria vogliamo pensare al concetto di mobilità. Ognun* di noi è stat* mess* nella condizione di ripensare ai limiti della mobilità e di cosa questi comportino. Siamo abituat* a pensare che la mobilità limitata riguardi solo certe categorie di persone, a cui difficilmente riusciamo ad associarci in termini di esperienze condivise.

Quali sono i corpi che pensiamo abbiano il diritto di muoversi liberamente, di attraversare confini? In quali circostanze la ridotta mobilità è comunque indice di un privilegio? (Nei campi profughi di Moira o Lesbo, per esempio, le migliaia di immigrat* non hanno dovuto sottostare a quarantena, potendosi muovere all’interno del campo, provocando outbreaks di covid-19). E come si articola il capitalismo in questo momento di forzata lentezza (il lavoro che deve adattarsi alla nuova mobilità, il privilegio del lavoro da casa, futura crisi economica)? Sono molte le domande a cui non è possibile dare risposte semplici.

Interessante notare anche come, spostato al riflessivo, il verbo “mobilitarsi” preveda un’azione concreta, una decisione di cambio di rotta e possibilmente di protesta.

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