Di visibilità si parla solitamente quando ci si riferisce a questioni politiche e sociali; si dibatte spesso di quali tematiche siano meritevoli di visibilità e soprattutto ci si chiede quanto la visibilità sia una conquista (in relazione a comunità marginalizzate o tematiche tabù) o quanto sia una trappola – citando il filosofo francese Michel Foucault che nel suo libro Sorvegliare e Punire ha parlato molto di meccanismi di regolamentazione dei corpi e di pratiche di potere, di cui la visibilità diventa strumento. Essere visibili significa poter richiedere diritti, ottenere rappresentazione e costruire comunità. Significa però anche, inevitabilmente, esporsi e diventare soggett* alle regole e alle norme amministrate dai sistemi di potere dominanti.

In questi mesi stiamo assistendo ad un tipo di visibilità particolare, una iper-visibilità di una sola tematica che oscura tutte le altre. Per quanto sia ormai banale affermare che il COVID-19 abbia non solo pervaso ogni singolo aspetto delle nostre vite, ma abbia anche portato al centro della scena miriadi di problematiche legate al capitalismo, alle pratiche di governo, alle discriminazioni razziali, al lavoro di cura e alle dinamiche di genere, questo tema è l’indiscusso protagonista di questi mesi. Il coronavirus è per natura un virus profondamente individualista, ci fa richiudere su noi stess*, nel nostro intimo, negli spazi privati, sol* ancora più di prima, rendendo esponenzialmente più difficile pensare a realtà diverse dalla nostra. Non si parla più, dunque, della crisi dei migranti o di come la pandemia abbia impattato i campi di detenzione; l’emergenza climatica, i cui effetti è assolutamente certo termineranno l’idea di vita come la conosciamo e faranno più vittime rispetto all’emergenza COVID-19. La mancanza assoluta di visibilità di queste problematiche può farci riflettere ancora una volta sul potere della macchina mediatica e sulle modalità con cui essa propone contenuti. Non si tratta di rifiutare la gravità dello stato delle cose attuale richiedendo uno stop o una riduzione di notizie legate alla pandemia; si tratta di mantenere abbastanza capacità critica, di rimanere allerta rispetto a tutto ciò che in questi mesi rimane nell’ombra: la retorica degli eroi e degli angeli (di un sessismo schifoso e banale) che copre lo sfruttamento, la carenza di materiale di protezione e l’impossibilità di rinunciare ad un salario; il silenzio sulle condizioni nei campi di detenzione a Lampedusa come a Lesbo; l’agghiacciante fil rouge dell’abolizione dei diritti delle persone LGBTQ+ e delle persone con utero in Ungheria come in Texas, Ohio e anche, ovviamente, in Italia, dove la lobby cattolica ProVita e Famiglia ha lanciato una petizione per sospendere l’interruzione volontaria di gravidanza negli ospedali alla luce dell’emergenza.

Rimaniamo quindi consapevoli di come il virus e le misure che esso necessita siano assolutamente terreno fertile per i neo-fascismi, i populismi e i fondamentalismi. Le individualità ridotte a statistiche, l’isolamento, le fake news, la chiusura dei confini e la rimozione della libertà di movimento e, in tema con la nostra parola, la sorveglianza agghiacciante da parte degli Stati, la visibilità dei nostri corpi, temperatura, spostamenti, numeri, dati. Non smettiamo di lottare per superare l’emergenza, ma non lasciamo che questa situazioni ricalibri indefinitamente i nostri diritti, le lotte per noi stess* e per altr* e la nostra capacità critica. 

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