L’isolamento forzato e questo clima di tensione sono elementi che facilmente vanno a influire con intensità notevole su persone con preesistenti condizioni di fragilità psicologica. In questo contesto, mi sembra importante condividere la mia esperienza con la depressione rispetto alla quarantena, avendo io sofferto di depressione negli ultimi tre anni almeno, ed essendo in terapia per questo da altrettanto tempo. Tutto quello che scrivo qui ha dunque esclusivamente il valore di esperienza personale, in nessun modo applicabile a tutte le persone con depressione, passata o attuale. Se però qualcun* si riconoscesse in queste parole, vorrei che sapesse che non è sol* ed è per questo che le condivido, anche se questa riflessione dovesse poi rivelarsi solo un messaggio in bottiglia lanciato nell’oceano.

Stavo ricominciando ad essere attiva e ad uscire dal mio letto e di casa da un paio di mesi quando l’Italia intera è stata chiusa tra quattro pareti come me, e io sono stata trascinata da tutto quello da cui stavo cercando di fuggire. Istintivamente ho subito pensato “ho lavorato tanto per poter essere in grado di alzarmi dal letto, e ora che voglio farlo non posso più; tanto lavoro e sono di nuovo al punto di prima: sotto le coperte”. Ovviamente è diverso, perché non sono io a dirmi che non vale la pena uscire, ma sono circostanze esterne a richiedermi un sacrificio. 

Ho pensato che se questa quarantena fosse stata necessaria una manciata di mesi fa, sarebbe stato molto rassicurante per me sapere che mentre io stavo a letto anche tutto il resto del mondo era fermo come me. Quando si ha la mente annebbiata da pensieri oscuri in realtà ha poca importanza cosa succede fuori, così poca che spesso si viene percepit* come persone estremamente egoiste, preoccupate solo degli arrovellamenti e delle voci che urlano dentro e di come farle stare zitte. Ma forse avrebbe lenito un po’ il senso di colpa sapere che in fondo non sarei stata diversa da* altr*.

Quando ho saputo che non avrei potuto continuare con le mie socializzazioni, che non avrei potuto abbracciare amic*, non avrei potuto flirtare, giocare, fare esperienze a cui avevo rinunciato nei miei anni di annientamento, mi sono sentita frustrata e ributtata indietro. Rabbia e frustrazione erano però positive, erano sentimenti che prima non avrei sentito. Perché al di là di ciò che succede all’esterno, quello che era cambiato in me era la voglia di uscire, di fare cose. Il fatto di non poter più andare a lavorare, andare alle sedute di terapia, uscire con amici mi ha però tolto le ragioni esterne per alzarmi dal letto, facendo sì che rimanessero soltanto quelle interne. Ho passato dei giorni senza togliermi mai il pigiama, costretta a fare i conti con la consapevolezza di impiegare ancora più energia per vivere fuori dalle coperte. Mentre tutt* erano attiv* mostrando le innumerevoli attività che si possono fare in casa, tra allenamenti, yoga, imparare nuove lingue, fare le dirette su Instagram, io ero annullata a letto. Poi, piano piano, ho aggiunto piccole cose alla mia giornata e ho cominciato ad avere voglia di togliermi il pigiama. 

Problema risolto, quindi? Aspetto di poter di nuovo uscire e soddisfare questa voglia come tutt* gl* altr*? Ovviamente no, altrimenti non saremmo qui a parlarne. 

Quando la quarantena sarà finita, tutt* torneranno alle loro routine, chi normalmente, chi cercando di ricostruire i pezzi di una vita interrotta troppo a lungo. Io mi chiedo se sarò capace di farlo allo stesso modo, perché ora invece mi fa paura. Ho paura di non riuscire a tornare ai ritmi di prima da un giorno all’altro, paura di non riuscire ad accettare che la legittimazione di poter rimanere a letto che sento se ne vada facilmente, per ordinanza di un nuovo decreto. Ho paura che il buco nero della depressione che risucchia ogni cosa e che rimane sempre lì in un angolino della mia testa si sia ingrandito troppo in questo tempo di solitudine per permettermi di uscire come il resto del mondo. 

Ho anche paura che nessun* si accorga più di come sto, visto che sembra che siamo tutt* sulla stessa barca. Ho paura di stare sopravvalutando la mia difficoltà, in fondo stiamo subendo tutt* la stessa situazione non ideale. 

Ma cerco di ricordarmi chi sono, e che l’importante è che lo sappia io.

Intanto, cerco di fare delle mie giornate il meglio che posso e se questo significa non togliersi il pigiama per dei giorni di fila, o dormire quindici ore, va bene lo stesso. Cerco di essere buona con me stessa, accettando che a volte ho bisogno anche di questo. E quando la quarantena finirà, si vedrà cosa succede.

Di seguito, illustrazioni di Silvia Bocchero.

6 commenti

  1. Le illustrazioni mi sono piaciute tantissimo, è stato come osservare una piccola storia attraverso immagini molto profonde nella loro semplicità. Per quanto riguarda il testo, grazie per il coraggio di aver scritto queste parole e per aver espresso le tue paure. Si riesce a vedere tutto il lavoro che c’è dietro, soprattutto nell’accettarsi così come si è. Anche io ho dovuto imparare ad accettarmi, imparare che va bene piangere ogni tanto, è normale, e che va bene avere dei giorni no in cui non si ha voglia di fare niente. Però le giornate “no” non sono certo la stessa cosa, io non ho mai sofferto di depressione quindi non posso assolutamente compararlo con quello che hai passato tu. Grazie per avermi fatto capire meglio cosa si prova, sei una persona straordinaria, molto più forte di quanto credi e ricordati che non sei più quella persona che hai paura di tornare ad essere. 💙

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    1. Grazie infinite Bianca, l’obiettivo era proprio dare un punto di vista interno a chi vede queste cose solo dall’esterno, e far capire invece a chi ci passa che non è sol*. Ognun* si può riconoscere in qualche aspetto anche se non conosce la depressione, e sono felice che tu abbia colto qualcosa di simile alla tua percezione delle cose. Inoltre, ti ringrazio per la delicatezza nel riconoscerti in qualcosa ma rispettando comunque l’aspetto “patologico” della depressione: troppe volte mi sono sentita dire “anche io a volte mi sento triste ma non è che devo farne chissà quale tragedia”. Risposte come la tua dimostrano invece come sia meglio porsi nei confronti di questa cosa.
      Grazie!

      Piace a 1 persona

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