Pensare al privilegio comporta sempre un qualcosa di irritante, persino di pauroso, soprattutto quando si riflette sul proprio, e questo è perchè prendere coscienza della propria implicazione in sistemi più grandi di noi che opprimono, sfruttano, e uccidono altr*, non può mai essere un processo privo di disagio e vergogna. Eppure è essenziale muoversi oltre la vergogna (e oltre il senso di colpa che spesso ne deriva) e parlare di privilegio, capirlo ed essere sempre consapevol* dei modi in cui ci muoviamo nel mondo e di come essi siano agevolati o meno dai nostri privilegi. 

Se consideriamo il sistema bianco/cis/etero/non disabile/sessista/benestante in cui siamo immers* come un insieme di norme socio economiche e culturali che definisce e regola i nostri corpi, le nostre relazioni e le nostre vite, è intuitivo come chiunque non appartenga a tutti quei gruppi venga, in qualche modo, lasciat* indietro. 

Avere privilegio significa, ad esempio, avere certi diritti (passaporto, documenti, libera mobilità); significa avere accesso o meno a beni essenziali, istruzione, risorse; significa vedersi rappresentat*, sentirsi accettat*, immers* in un mondo che ti rispecchia (il colore della tua pelle, la tua sessualità, il tuo corpo ecc.); significa non dover affrontare delle difficoltà strutturali che penalizzano in una maniera sistematica. Non significa – e questo è un punto fondamentale che in molt*, ed io stessa per prima, facciamo fatica a concepire – che tutt* noi per quanto bianch*/etero/cis/non disabil* eccetera non incontriamo mai difficoltà o non subiamo mai ingiustizie e violenze coi dolori che esse comportano. Il privilegio, però, prescinde dai dettagli delle intricate e ovviamente uniche esperienze delle nostre vite e riguarda caratteristiche che sono generalizzabili fino ad un livello sistemico. 

In questi mesi di isolamento le disuguaglianze sociali e le questioni di privilegio non sono mai state così evidenti. Situazioni di disagio e povertà crescenti, di discriminazione, di alienazione e abbandono. E’ proprio in questi momenti che chi ha più privilegi può muoversi in aiuto sfruttando le proprie posizioni avvantaggiate. Lodiamo e partecipiamo alle iniziative come le Brigate volontarie di emergenza a Milano che portano cibo e assistenza ad anzian* e categorie a rischio, ma pensiamo di agire anche per persone LGBTQ+ in situazioni di necessità o di violenza familiare, per lavorat* del sesso che in Italia sono già costrett* a lavorare in condizioni di vulnerabilità oggi sicuramente aggravate, per persone migranti e persone senza fissa dimora. 

Forse in questi mesi stiamo in molt* riflettendo su di un privilegio in particolare, il privilegio di classe, che ci è stato messo di fronte agli occhi in una maniera incontrovertibile. La fotografia di Ethan Miller che il 30 Marzo ritrae un centinaio di persone senza tetto in un parcheggio di Las Vegas costrette da polizia ed assistenti sociali a stare nello spazio delimitato dalle linee bianche dei singoli posti auto, pedine inanimate del distanziamento sociale, è un’immagine che ci porteremo dentro per sempre e che se non fa inorridire ed infuriare (a fronte anche del fatto che numerosissimi alberghi di Las Vegas sono completamente vuoti) non abbiamo capito nulla. Perché il diritto ad una casa dovrebbe essere un diritto inalienabile e l’obiezione che sentiamo spesso e che suona sempre qualcosa come “ma io ho lavorato tutta la mia vita per avere quello che ho, non ho mai infranto le regole, sono stat* un* cittadin* modello e la casa (o il lavoro, o i soldi, o la macchina, o qualsiasi altro bene materiale e/o status sociale) l’ho sudata” è comprensibile ma non giustificabile nel momento in cui siamo consc* dei nostri privilegi che ci hanno avvantaggiato rispetto ad altr*. Le domande, quindi, sono: come possiamo usare il nostro privilegio per fare spazio a chi quel privilegio non lo ha e per cambiare il modo in cui la nostra società favorisce alcun* a scapito di altr*?

Ethan Miller| Getty Images


Concludo con poche parole sul Dpcm del 26 Aprile, decreto che mi pare davvero esemplificativo di come l’Italia continui a riprodurre inevitabilmente il privilegio delle persone eterosessuali e della famiglia nucleare. Condivido e voglio amplificare la rabbia delle mie compagne e compagni della comunità LGBTQ+ che rivendicano la propria esistenza e l’esistenza di un mondo di affetti che non ha nulla a che vedere col sangue. Questo decreto che utilizza termini inusuali anche dal punto di vista giuridico (ne parla Cathy La Torre, avvocata e attivista LGBTQ+) come “congiunti”, mette su di un piedistallo quelle relazioni che o sono di sangue o sono sancite da istituzioni – Stato o Chiesa – cancellando implicitamente tutti qui legami che rifiutano, per necessità o per scelta, questi controlli. Le obiezioni che suonano qualcosa come “in questo momento difficile ci sono cose più importanti e un modo di deve trovare per regolamentare queste cose” per me dimostra soltanto quanto radicati siano ancora i nostri pregiudizi e, forse in modo ancora più spaventoso, quando stiamo tutt* obbedendo benissimo allo stato di eccezione, forse un po’ troppo bene. Perchè non si è pensato a soluzioni più simili a quella tedesca (possibilità di uscire e vedere fino ad una persona per volta)? Se si deve giungere ad un metodo di scaglionamento della popolazione in un momento delicato di misure necessarie ancora in atto per il controllo della curva epidemiologica, mi rifiuto di pensare che i congiunti fino al sesto grado di parentela siano la soluzione più efficiente. E poi qual è il senso della precisazione “fino al sesto grado di parentela” se la preoccupazione è quella di limitare il numero di persone con cui si entra in contatto in questa parziale riapertura? Io soltanto avrei possibilità di vedere, secondo il decreto, circa 150 persone allora.

E proprio in merito alla questione legami di sangue o legami in qualche modo “ufficializzati”, trovo che in particolare si lasci fuori completamente il mondo LGBTQ+ perchè è proprio quel mondo che ha più probabilità di essere alienato dalla propria famiglia (spesso la fonte principale di violenze e abusi) o di essere discriminato a livello legale dalle istituzioni (si c’è l’unione civile ma per esempio le regolamentazioni sull’adozione di figl* del* partner sono ancora difficoltose e spesso dipendono dai tribunali). Non penso che si tratti necessariamente di una persecuzione “consapevole” o dichiarata, quanto invece dell’ennesimo risvolto di una cultura patriarcale ed eteronormativa che prende decisioni con in mente una figura di riferimento precisa: la famiglia tradizionale.

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