Nemmeno un’ora dal suo arrivo e Silvia Aisha Romano era già stata sommersa da una tempesta di sessismo, islamofobia e controllo del suo corpo. La bile di un’Italia in preda alla paura, all’incertezza, agli strenui economici da isolamento e chiusura si dimostra in tutta la sua bruttezza, riversandosi addosso all’ennesimo capro espiatorio chiedendo, per primissima cosa, quanti soldi sono stati spesi per la sua vita. “Quanto ci è costata? Quanto ci è costata? Quanto ci è costata?” Non solo, una retorica agghiacciante di controllo e feticizzazione del suo corpo ha pervaso le discussioni. Il suo sorriso (ingrata, dovevi mostrare sofferenza), la sua fisicità (grassa, sarai incinta), il suo abbigliamento (traditrice, oppressa) sono stati messi sotto i riflettori.

Il caso di Aisha Romano ha esposto una serie di problematiche profondissime e di cui si parla e si educa ancora troppo poco. Avremmo voglia di discutere di misoginia, di razzismo, di islamofobia, e delle loro intersezioni soprattutto in relazione a questioni legate al colonialismo ed in particolare al passato coloniale (assolutamente IGNORATO) italiano – vi consigliamo, in merito, di leggere la scrittrice italo-somala Igiaba Scego. Oggi invece vogliamo riflettere su un aspetto principale della vicenda e vogliamo farlo, come di consuetudine, attraverso un’opera: Anti-Dog di Alicia Framis.

L’opera è costituita da una collezione di abiti ideata dall’artista riproponendo modelli famosi di designer di alta moda ma con materiali di un tessuto antiproiettile e anti taglio chiamato Twaron. L’opera nasce dall’esperienza personale dell’artista e dal suo soggiorno a Berlino negli anni 2000, soggiorno durante il quale più volte le è stato ripetuto di evitare il distretto di Marzahn, controllato da gruppi neonazisti noti per essere accompagnati da grossi cani da guardia; un pericolo, quello, messo in relazione soprattutto al suo essere donna e donna mulatta. Nata dalla rabbia e dall’esasperazione per l’impossibilità di muoversi liberamente nel mondo senza pericolo e minaccia costante, Anti-Dog è una risposta provocatoria e incazzata al controllo dei corpi femminili e alla finta retorica di protezione che delega responsabilità alla vittima per le sue scelte “azzardate” contro il “senso comune” di ciò che è proprio o non proprio per una donna, per una donna nera, per una donna lesbica. L’opera diventa scudo simbolico e materiale, contro la violenza strutturale dell’oppressione dei corpi femminizzati da un lato e contro la violenza fisica dei cani di quei neonazisti di Berlino.

L’immagine in copertina allude ad un altro tema fondamentale, ossia il dibattito su quanto gli abiti ci rendano o meno liber*: hijab, niqab e burqa posti dialetticamente in opposizione a bikini, minigonne e tacchi a spillo. La cultura etero-cis-patriarcale occidentale ha sempre avuto un occhio indagatore rispetto ai corpi femminili, volendone svelare le parti coperte, come se questa fosse una conquista voyeristica maschile. La feticizzazione – che assume anche una dinamica coloniale – del mistero dei corpi coperti delle donne islamiche è dunque alla base della retorica per cui più una donna si sveste più è libera. Libera di farsi guardare? Da chi?  La vera domanda per noi non è quale tipologia di donna sia più libera, chi si deve vestire o chi si deve scoprire. La vera questione è che non è mai una nostra scelta, ma sono sempre altr* a prendere questa decisione per noi, a livello individuale, a livello sociale, o a livello politico-religioso. Siamo poste quindi di fronte alla totale impossibilità di appagare gli standard patriarcali. 

Come Alicia Framis dice a proposito della sua opera, “Noi donne mulatte non ci mostreremo come vittime, ma come persone forti, uniche, con la libertà e la protezione per andare ovunque vogliamo. In questo modo stiamo creando consapevolezza di un problema che cresce di giorno in giorno”[1].

Ci piace pensare che Aisha Romano in questo momento sia in possesso degli strumenti necessari per farsi scudo anche lei dalle violenze che l’hanno aggredita, da tutti quei “cani” online che hanno deciso di affilare i denti e di abbaiarle contro in un momento di estrema fragilità. 

[1]“We mixed women will not show ourselves as victims, but as strong, unique individuals with the freedom and protection to go everywhere we want. In this way we create an awareness of a problem that is growing by the day” Traduzione Nostra.

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