In mesi come quelli che stiamo vivendo forse non si può più soltanto parlare di ansia individuale, ma anche di ansia collettiva: dal disturbo d’ansia, al disturbo d’ansia generalizzata, al disturbo d’ansia nazionale, mondiale. Se da un lato, allo scoppiare della pandemia, la mia ansia si è manifestata potentemente – le continue domande su tutto, su cosa accadrà, quando finirà, cosa cambierà, il terrore del non sapere e tutte le manifestazioni fisiche collegate – dall’altro, inaspettatamente, è stato come se, per la prima volta, tutti quei sentimenti ingarbugliati di paura dell’ignoto, di panico e compulsioni che provo (quasi) sempre, venissero riflessi dal mondo. Improvvisamente non ero più sola e la mia ansia era, in qualche modo, giustificata e convalidata al tempo stesso. Non solo, d’un tratto mi è parso che tutt* si fossero res* conto dell’importanza della salute mentale; parlarne è diventato forse un po’ meno tabù e chiedere conforto forse un po’ più “normalizzato”. E proprio nel tentativo di portare avanti questa “normalizzazione”di testimonianze aperte ed oneste sulla salute mentale, cercherò di condividere la mia esperienza con un disturbo d’ansia. Sottolineo che queste sono riflessioni basate soltanto sul mio vissuto e non sono descrittive o prescrittive dell’esperienza di nessun’altr*.

Non lo so cosa voglia dire scrivere di ansia, far capire cosa sia, come si stratifichi nei giorni, mesi, anni, in un corpo, come sembri tangibile e reale e assolutamente impossibile allo stesso tempo. Forse non lo so perchè in realtà sono convinta che tutt* già lo sappiano; sarebbe come spiegare la sensazione che si prova a pisciare o come descrivere quel brevissimo momento quando ci si sveglia e non si sa distinguere i confini del proprio corpo dalle coperte. Useremmo forse parole diverse, ma la sensazione la conosciamo tutt*. 

Non scrivo di ansia con una diagnosi. Eppure non ho idea di cosa si provi a non sentirsi così pesante e, simultaneamente, inconsistente , irrigidita, tremolante, affannata, con squarci di pensieri troppo veloci perchè li si possa assorbire ed il lacerante bisogno di fare qualcosa senza sapere esattamente cosa. Qual è l’alternativa? Che poi si sta tutt* un po’ così, no? Non di fronte ad un pericolo reale però; di fronte ad una casa vuota, ad uno schermo bianco, ad una pentola d’acqua che bolle, ad una festa di compleanno o ad una telefonata.  Forse è egocentrismo, mi dico, questa paura di appropriarmi di un’esperienza che in realtà è assolutamente comune e renderla patologica, in un tentativo di appagare un malato bisogno di sapere che quello che provo è valido ed ha un nome. Forse è egocentrismo o forse è ansia. Ansia di piacere, di compiacere, paura fortissima di dire, fare, scrivere cose che possano essere fraintese o che possano dare di me un’impressione sbagliata e, alla base, terrore di perdere il controllo. Controllo su cosa? Su tutto. Che poi certo, chi di noi non ha bisogno di certezze? Chi di noi può dire di non aver paura del futuro, paura dell’ignoto, paura di lasciarsi andare allo scorrere della vita senza bisogno di esercitare controllo. Forse è questa società che ci rende così. Ann Cvetkovitch scriveva Am I depressed or is it political? Ed io le faccio eco e mi chiedo: è un disturbo d’ansia o è capitalismo, patriarcato, individualismo neoliberista marcio e aspettative di una società misogina ed eteronormata? Eppure nemmeno dare la colpa al patriarcato aiuta in quei momenti di perdita totale di controllo e di impossibilità di stabilire confini tra ciò che è irrazionale e ciò che è un vero problema; impossibilità di rallentare il respiro, di trattenere le lacrime, di dire questo è il mio corpo e invece quelle sono le coperte. 

***

Una sera d’autunno di cinque o sei anni fa – non è così che cominciano tutte le storie degne di essere raccontate? –  quando ancora vivevo a Milano assieme alla mia famiglia, l’acqua bolliva sul fuoco ed io ero in casa, no in cucina, da sola. Il vapore mi riempiva la stanza e la testa e poi la sensazione di dover fare qualcosa d’importante – urgentissimo anzi – e non sapere cosa, mista ad un peso tra il collo e lo sterno che mi fece sentire di carta. Andai in salotto, luci spente, mi sdraiai sul divano con le lacrime che pungevano gli occhi, la gola chiusa e la testa come l’acqua, in subbuglio. Finii per chiamare al telefono i miei genitori con una voce affannata e un’incoerenza totale, chiedendo dove fossero e quando sarebbero tornati. Vergogna, imbarazzo. Ma è successo qualcosa? No, si, forse…cos’è successo? Bolliva l’acqua ed un momento ero lì ed il momento dopo ero di carta.

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