L’etimologia della parola crisi contiene già in sé tutti gli strumenti necessari per affrontarla come concetto. Da un lato il significato di “scelta”, dall’altro quello di profondo “mutamento” organico o strutturale, ci fanno riflettere sulla transitorietà della crisi. La crisi, diceva Gramsci – filosofo e politologo italiano del ‘900 –  è quella tensione che nasce dall’impossibilità di muoversi oltre la fine di qualcosa verso l’inizio di qualcos’altro. La crisi, quindi, ha tutto a che vedere con un tema che stiamo trattando in varie forme ormai da settimane: l’incertezza. Eppure, così come per crisi, anche l’incertezza contiene in sè una duplice interpretazione: problema o opportunità. 

Prima di addentrarci in discorsi più specifici sulle potenzialità insite in quel mutamento profondo che la crisi comporta, è necessario soffermarsi su di un punto fondamentale: se c’è qualcosa che ci piace pensare abbiamo collettivamente imparato durante l’isolamento dei mesi passati, è la necessità di rifiutare la romanticizzazione della quarantena. Infatti, non solo è indice di un enorme privilegio – che cancella tutte quelle realtà che sono state abbandonate a sé stesse prive di casa, protezione, sostegno economico – ma veicola anche un messaggio estremamente sbagliato di individualità come punto di inizio e fine delle nostre vite. Pensare alla quarantena come positiva esclusivamente in termini di miglioramento personale, di self-care, di gara alla produttività vuol dire, secondo noi, abbracciare ciecamente i dogmi del capitalismo neoliberale individualista. Non vogliamo dire che non si possa trarre nessuna gioia da quell’esperienza o che di quelle gioie non se ne possa parlare; è necessario però essere consapevoli dei messaggi che comunichiamo quando presentiamo quel tipo di narrazione come unica narrazione della quarantena. 

Fatta questa lunghissima premessa, vogliamo riflettere sulle potenzialità più positive e trasformative della crisi, crisi in cui siamo già immers* e che si prospetta come una delle peggiori dal punto di vista economico, politico, sociale, psicologico e, sicuramente, sanitario che abbiamo mai attraversato. Pur avendone consapevolezza, vogliamo però provare ad andare al di là (anche soltanto in questo testo, anche soltanto immaginando) di quel buco nero di dolore di cui parlano per esempio Andrea e Maura di Tlon, un buco nero di mancanza di senso totale in cui le persone giovani di oggi si trovano intrappolate.  

“Ogni tanto, poi, qualcuno si sveglia e dice: “noi sì che abbiamo sofferto. Ai nostri tempi sì che avevamo ragione a stare male, altro che questi privilegiati”. Il “dolore” dei ragazzi di oggi è un dolore incomparabile con quello di chi ha perso un braccio in guerra o ha fatto la fame. Sono esperienze radicalmente diverse: oggi c’è una mancanza di senso straziante, che può sembrare “la malattia dei viziati” a chi non ha la cura di guardarla bene, ma che invece è una crisi profonda dell’essere umano. E prima la affrontiamo, meglio è.” Tlon

Vogliamo chiederci invece: c’è potenzialità in questo dolore? Non che ogni dolore debba per forza avere insita in sé una possibilità, ma in questo dolore collettivo, in questo momento di insicurezza, di crisi, di stasi straziante, ci sono opportunità? Secondo noi sì, e non ha a che vedere con la ripartenza di famiglia, fabbriche, funerali che ci è stata presentata finora (di questo parleremo settimana prossima). Pensiamo, per esempio, ai lavori di cura, storicamente femminizzati e sottopagati, che oggi vengono applauditi ogni sera, lodati in televisione, messi su di un piedistallo; potremmo cogliere questa occasione per mobilitarci tutt* per una rivalutazione collettiva e politica dell’importanza di questi lavori e per una presa di coscienza dello sfruttamento che avviene al loro interno. Come sarebbe un mondo in cui una rivalutazione radicale della cura porta anche ad una rivalutazione del modo in cui viviamo le nostre relazioni, e quindi un ripensamento del valore dell’indipendenza? Cosa cambierebbe se cominciassimo tutt* a prendere davvero in considerazione i modi in cui siamo tutt* interconness* e dipendenti da altr*? Quali meravigliosi discorsi e pratiche di accessibilità e relazionalità potremmo far avverare e come potremmo ripensare, di conseguenza, lo spazio pubblico e come lo si vive?

Parlando e pensando alla cura e all’interconnessione, questi mesi di immobilità e isolamento hanno avuto un inevitabile effetto anche sull’ambiente. L’emergenza climatica è un’emergenza che non può più essere messa da parte e la connessione con le produzioni industriali e con i combustibili fossili non può essere negata. Lo stop radicale alle produzioni e trasporti, conseguenza del lockdown, hanno avuto un impatto immediato e sbalorditivo sull’ambiente. Come possiamo non dimenticarci di questa lezione e, al contrario della narrazione che ci viene proposta costantemente dalla politica e dai media, come possiamo NON tornare alla normalità di un consumo eccessivo e di una deresponsabilizzazione generale sull’emergenza ambientale?

Forse dovremmo smettere di chiederci quando le cose torneranno come prima, e dovremmo cominciare a notare le questioni che vengono fuori in momenti di crisi e di emergenza come questo, per interrogarsi su cosa abbia davvero importanza. E, forse, dovremmo pensare alla costruzione di un mondo diverso post-covid, migliore di quello di prima, migliore di ciò che conosciamo già. 

[Illustrazione di Silvia Bocchero]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: