In questi giorni stiamo assistendo a molti discorsi nati intorno a ciò che è accaduto a George Floyd, negli Stati Uniti; soltanto l’ultima vittima di una serie infinita di persone nere uccise dalle forze di polizia. Per chi ancora non ne fosse a conoscenza: il fatto è avvenuto il 25 Maggio 2020 a Minneapolis in Minnesota, e ha visto coinvolti quattro poliziotti, chiamati da un negoziante che sospettava che George Floyd, un uomo afroamericano di 46 anni, avesse usato una banconota da 20 euro contraffatta per pagare delle sigarette. Una volta arrivati sul posto uno dei quattro poliziotti, Derek Michael Chauvin, dopo aver ammanettato Floyd e aver cercato di farlo entrare nell’auto della polizia, lo fa cadere dall’auto ancora ammanettato e gli mette un ginocchio sul collo per 8 minuti e 46 secondi, togliendolo solo su richiesta dei paramedici, quando Floyd aveva già perso conoscenza da 3 minuti. Tutta la vicenda è stata filmata e trasmessa sui social, ed è straziante sentire Floyd chiedere ripetutamente al poliziotto di togliere il ginocchio, dicendo “I can’t breathe” (non riesco a respirare) più volte consecutive. 

Ma per quanto agghiacciante non si tratta di nulla che la comunità afroamericana non abbia già subito. Le violenze da parte di un corpo di polizia sempre più militarizzato si susseguono incessantemente: essere uomo e nero in America equivale spesso ad una condanna a morte. I poliziotti coinvolti nell’omicidio di Floyd sono stati trovati colpevoli e condannati a pene più o meno gravi grazie a giorni di proteste e rivolte incessanti in quasi tutti gli stati americani, ma la miccia è stata ormai accesa e in America si vuole di più: basta alla profilazione razziale, basta al razzismo sistemico, basta all’intero organo di polizia in favore di metodi non violenti di risoluzione di conflitti. 

Questa vicenda può sembrare relegata a un paese le cui dinamiche ci riguardano poco, ma in realtà non è così. È senza dubbio vero che il razzismo si presenta in forme diverse in America rispetto che in Italia, ma ognun* di noi deve rendersi conto della propria responsabilità in queste violenze strutturali. 
Anche in Italia ci sono stati e ci sono tuttora episodi e comportamenti razzisti più o meno palesi. Anche se il razzismo può non essere istituzionalizzato nella stessa misura degli Stati Uniti, dobbiamo essere consapevoli di cosa ci circonda e di come possiamo agire per combattere queste istanze. Non scordiamoci, per esempio, del passato colonialista italiano, che ha fatto i suoi danni e ha portato le sue conseguenze atroci (per approfondire, qui un’intervista allo storico Alessandro Barbero che contrasta il negazionismo sul colonialismo italiano e spiega come sono andate davvero le cose). Rifiutiamo la convinzione che “gli italiani sono brava gente”, assumendoci le responsabilità che troppe volte abbiamo cercato di nascondere sotto il tappeto.

Per questo, ci vogliamo concentrare sul concetto di responsabilità, che troppe persone danno per scontato e che invece dovrebbe essere al centro di ogni nostra azione, pubblica e privata.

In inglese c’è una differenza tra le parole responsibility e accountability, mentre in italiano ne abbiamo solo una per definire entrambi i concetti. Ci teniamo a rendere chiara la distinzione perchè riteniamo che sia importante portare nel linguaggio comune queste sfumature (i cambiamenti sociali si riflettono nel linguaggio e viceversa). La differenza principale tra i due termini è che responsibility può essere condivisa, mentre accountability è strettamente personale e relativa all’individuo. Inoltre, accountability è qualcosa che si attribuisce solo dopo che un compito è portato a termine o no. 
In questo caso sarebbe più opportuno parlare di accountability, in quanto questa responsabilità riguarda ognun* di noi in egual misura, e si parla di un danno già compiuto. 

Cosa fare dunque con questa responsabilità? In quanto persone bianche, dobbiamo renderci conto del nostro privilegio (che non è un insulto o una colpa, solo un dato di fatto che possiamo usare a beneficio di altr*). Non basta non essere razzist*. Dobbiamo essere tutt* attivamente antirazzist*. Essere antirazzist* significa:

  • Ascoltare persone che ne hanno esperienza sulla propria pelle. 
  • Educarsi, educarsi, educarsi. Imparare a riconoscere il proprio privilegio e a utilizzarlo quando è dovuto, facendo i conti col proprio senso di colpa. Educarsi sul passato coloniale italiano.
  • Lottare contro il sistema eterocispatriacale e suprematista bianco in cui siamo immers* attraverso conversazioni con altre persone bianche, attraverso la partecipazione a manifestazioni, attraverso il supporto di iniziative da e per persone nere.
  • Se si ha la possibilità di farlo, donare a organizzazioni rilevanti.
  • Sfidare la retorica estremamente dannosa del “siamo tutt* ugual*, io non vedo nero o bianco, solo persone” che cancella totalmente l’esperienza reale e terribile della discriminazione delle persone nere. 

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