Nel padiglione del Brasile alla Biennale di Venezia 2019 è stata presentata un’opera dal titolo misterioso: Swinguerra.

L’opera consisteva in due grandi schermi posti l’uno di fronte all’altro, in mezzo ai quali gli/le spettator* potevano passare e sostare, scegliendo da che parte girarsi e quale dei due guardare. Sugli schermi venivano riproposti in loop due film realizzati da Bárbara Wagner e Benjamin de Burca, film che alternavano danze coreografate a stralci di vita quotidiana. 

Il titolo deriva dalla danza popolare brasiliana Swingueira unita alla parola guerra. La Swingueira è un tipo di danza praticato dalle comunità più marginalizzate del paese, ed è caratterizzata da un ritmo veloce tenuto dalle percussioni e da testi che richiamano rapporti sessuali, accompagnati da movimenti di danza aggressivi e sexy. 

L’intento de* due artist* era quello di rappresentare la lotta costante delle persone ai margini per ottenere visibilità e diritti, soprattutto in un momento in cui la situazione politica in Brasile era sempre più critica e tendente all’estremizzazione delle oppressioni sociali.

L’idea di portare in mostra una danza agguerrita e arrabbiata, e al contempo sensuale, con ballerin* di diversi generi (anche non binari), cis e transgender, dal colore della pelle molto diverso tra loro, con fisicità varie e non conformi, è una potente metafora di come le comunità oppresse possono avere la forza di ribellarsi al sistema che li opprime, e soprattutto mostra come l’arte sia un mezzo incredibilmente efficace per trasmettere questo messaggio.

Abbiamo deciso di parlare di quest’opera per concludere il ciclo sulla contaminazione, perché non c’è niente che parli di contaminazione più di corpi non conformi che si ribellano allo status quo. Il contenuto dei film portati in mostra è già una contaminazione: è stata presa una danza popolare, conosciuta solo nelle periferie brasiliane, è stata unita ad altri tipi di coreografie (contaminazione performativa) ed è stata trasformata in film (contaminazione di media). Inoltre, l’allestimento degli schermi al padiglione della Biennale era fatto in modo che i/le visitator* si trovassero tra i due schermi, circondat* dai video da ogni parte, proprio facendo sì che si sentissero coinvolt* ess* stess* nell’opera. La luce era permessa nella stanza principale, anche se l’etichetta curatoriale vorrebbe che quando ci sono video proiettati questa venga limitata il più possibile: secondo Wagner e de Burca, la luce più intensa è stata una scelta deliberata per permettere alle persone di potersi vedere in viso mentre osservavano la mostra e potersi sentire ancora più coinvolte. 

Proprio come la contaminazione ci insegna, dunque, ancora una volta si scardinano le regole, si complicano le situazioni, si mischiano gli ambiti, per creare qualcosa di potente e comunicativo.

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