Estate, finalmente!
Le sere calde e ventilate, i tramonti alle nove di sera.
Il caldo, le zanzare, le ascelle pezzate.
Gli sguardi, i giudizi, i commenti stronzi.

Estate, finalmente!
La corsa alla spiaggia, i falò con gli amici, cercare con ansia uno stralcio d’ombra.
Sapete chi altro rimane in quell’ombra, al contempo inesistente e ipervisibile?
Il corpo disabile.

Un corpo che spesso per la società non esiste (parliamo di barriere architettoniche, strutture non attrezzate, servizi non erogati…) o diventa estremamente visibile solo nel momento in cui ti passa davanti, è davanti ai tuoi occhi. Allora sì, si accende lo sguardo: ma morboso.

Usiamo l’estate come pretesto per parlare di visibilità e di libertà dei corpi, che abbiamo definito come il diritto delle persone di muoversi nel mondo senza incorrere in alcun tipo di giudizio, discriminazione, violenza o imposizione dovute alla loro percepita impossibilità di rispecchiare la norma. Per cui sì, parliamo di ideali impossibili e commercializzazione della bellezza, della rivoluzionarietà dei corpi non conformi di reclamare la propria bellezza e al contempo del rifiuto della bellezza come categoria (dove? Ma qui!). Ma parliamo anche e soprattutto, a prescindere dal mero giudizio estetico, di tutti i corpi: non esiste femminismo intersezionale se ci si astiene dal parlare di disabilità. Non esiste femminismo intersezionale se non si parla di abilismo

Cos’è l’abilismo?

L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità.  Il termine deriva dall’inglese ableism, che fa riferimento all’abilità – fisica o mentale – come norma e unica condizione accettata. L’abilismo, al pari di altre discriminazioni più conosciute quali razzismo, sessismo o omobitransfobia, si manifesta in una serie di veri e propri atteggiamenti oppressivi che la società attua a livello strutturale nei confronti delle persone disabili, andando a sottovalutarne o limitarne il potenziale. Per saperne di più sulla storia e le implicazioni dell’abilismo vi consigliamo di leggere questo bellissimo articolo su The Vision scritto da Elena Paolini, attivista per i diritti disabili.

Il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile porta ad una serie di discriminazioni: dall’inaccessibilità di alcuni luoghi, all’erogazione di servizi scadenti perché un corpo non abile viene considerato meno meritevole di ricevere cure o servizi, all’affermare che la persona disabile debba ritenersi “grata” se riesce a ottenere quelli che dovrebbero già essere suoi diritti

“È fondamentale rendersi conto che i nostri corpi e le nostre menti fanno esperienza del mondo in modi molto diversi tra loro, ed è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera: la disabilità equivale quasi ovunque a minori diritti e spesso a impoverimento.”

Maria Chiara Paolini, Non c’è femminismo senza lotta all’abilismo

Tra pietismo ed eroismo. Due facce della stessa medaglia (di m*rda)

C’è sempre stato qualcosa che a istinto non mi è mai tornato nel modo in cui vengono mediamente raccontate e commentate le vicende riguardanti persone disabili. Leggevo sì  parole… positive, incoraggianti. Ma c’era un sottotesto di sbagliato che non riuscivo a decifrare e mi rimaneva addosso. Già, in realtà non era così difficile da capire: informandomi un filo più attivamente ho trovato le parole per descrivere questa sensazione.

Il corpo, la persona disabile -quando non apertamente discriminata e allontanata- rischia di ricevere due tipi di reazioni, solo apparentemente opposte: pietismo ed eroismo. Due facce della stessa, inutile medaglia: da una parte la retorica del “poverin*”, che scivola pericolosamente dalla pietà al disgusto, dall’altra il ritenere eroico un qualunque gesto una persona disabile compia. Hai scalato l’Everest o fatto la spesa? Non importa, in ogni caso che coraggio, che ispirazione, che forza che hai! Basta aprire un post a caso su Facebook che parli di una qualche persona disabile per ritrovarsi sommersi da una serie di commenti che vorrebbero essere positivi ma mostrano i lati più viscidi della retorica abilista. Dal “dovremmo tutti prendere ispirazione da…” “dopo aver visto X sto rivalutando la mia vita e i miei problemi”, fino ai terrificanti “i [inserire disabilità] sono migliori di noi, sempre così felici e buoni!”. Come se la disabilità fosse l’unica caratteristica riconoscitiva di una persona, o l’essere disabile automaticamente ti ponga in uno stato di eterno bambino gioioso e incapace di intendere e volere. Da qui l’incapacità di vedere il corpo disabile come desiderabile o attivo sessualmente. Per non parlare di tutta una serie di immagini che stereotipicamente vengono associate alla disabilità: dagli spot pregni di commiserazione per raccogliere fondi per la tale associazione alle immagini motivazionali con i bambini che corrono felici con le protesi. Il sottotesto è sempre lo stesso: poverini, che bravi a mostrarsi a noi abili.

La giornalista e attivista Stella Young chiama Inspiration Porn (pornografia motivazionale) la rappresentazione delle persone con disabilità come fonte d’ispirazione (per le persone non disabili, ovviamente) unicamente per il fatto di avere una disabilità. Il termine pornografia è usato deliberatamente, perché si riduce ad oggetto una categoria di persone a beneficio di un’altra. Le persone disabili diventano un qualcosa cui guardare e pensare “dai, la mia vita non fa così schifo! Potrei essere loro”.

“Per molti di noi le persone disabili non sono insegnanti, dottori o estetisti. Non siamo gente reale: noi esistiamo per fornire ispirazione. […] Ci hanno insegnato che la disabilità è una Cosa Negativa, con la C e la N maiuscole. E’ una cosa negativa, e quindi vivere con una disabilità ti rende eccezionale. Non è una cosa negativa e non rende eccezionali.”

Stella Young nel suo Ted Talk

O ancora, la retorica del Super Cripple, di cui parla qui Sofia Righetti, attivista e atleta paralimpica. 

“Il super cripple, letteralmente il “super storpio”, è uno stereotipo che la società ha creato sulle persone con disabilità, per poterle includere ed accettare. Si ritiene che le persone con disabilità siano sempre straordinarie, che qualsiasi cosa facciano debba essere eroico, fuori dal comune, letteralmente delle imprese eccezionali. […] Questo crea una grossa ansia nelle persone con disabilità, perché fin da subito si sentono in dovere di eccellere, di dimostrare di poter fare cose eccezionali, di dover lavorare e impegnarsi il doppio rispetto ai normoabili per essere considerate, altrimenti passano nella zona grigia dell’invisibilità.

Eppure non tutti hanno lo sbatti di vincere le medaglie di Zanardi o della Vio, non tutti hanno le possibilità socio-economiche di pagarsi gli allenamenti o di viaggiare in giro per il mondo.

Lo stereotipo del super cripple crea ansia, inadeguatezza e aspettative troppo alte, che non sono richieste alle persone non disabili. […] Ma le prestazioni eccezionali sono appunto, un’eccezione. Rivendico il mio diritto di essere disabile e mediocre, e di non dover dimostrare una beata minc*** a nessuno per avere valore.”

Microaggressioni

Le microaggressioni che una persona disabile subisce toccano ogni ambito, e non è difficile capire come a lungo andare possano comprometterne la salute mentale. Si parte dal linguaggio, che sotto un velo di innocenza spesso nasconde un’estrema violenza; dai fenomeni che usano certi termini come insulti “hai la 104!” “handicappato!” a termini e frasi solo apparentemente neutre come “invalido”, “costretto in carrozzina”, “nonostante tutto vive la sua vita”. Un pietismo talmente sistematico, talmente abituato a considerare la vita di una persona disabile come un peso per se stesso e per gli altri, che quando i media riportano l’uccisione di un disabile da parte del caregiver si parla di “raptus”, “troppo amore”, “liberazione”. Non vi pare una retorica già sentita da qualche parte?

Come dice qui Sofia Righetti, “Sentirsi dire «complimenti per il coraggio, perché io nelle tue condizioni non riuscirei ad uscire di casa» è umiliante, ve lo posso assicurare. Non è un complimento, ma una microaggressione che offende, fa sentire diversi, sfigati. Il pietismo è talmente palese da diventare soffocante.”

Sono questioni totalmente invisibili se non le vivi sulla tua pelle. O se non ascolti chi le vive; perché sì, in realtà basterebbe ascoltare e informarsi. Un paio di esempi veloci, su questioni “normali” che hanno come minimo comun denominatore la libertà di movimento?

Bisogna smetterla di giustificare tutto con un “ma le sue intenzioni erano buone, apprezza lo sforzo”. Le buone intenzioni non valgono niente se come unico risultato arrecano danno alla persona: bisognerebbe invece aprire una riflessione sul perché riteniamo “buoni” o “giusti” certi atteggiamenti, perché invece sortiscono l’effetto opposto, e come cambiare questa retorica. Bisogna creare spazi di riflessione sul tema dell’abilismo come già si sta facendo su altri temi altrettanto importanti, parlando con i diretti interessati e non costruendo castelli su quello che noi abili riteniamo giusto. Non dovrebbe essere difficile, ma purtroppo è ancora così: dal dare per scontato quali siano i veri bisogni di una persona disabile senza neanche, come dire… chiederglielo, fino alle conferenze in cui speaker e relatori sono principalmente medici e caregiver. Raramente le persone disabili vengono messe in primo piano persino quando si tratta di discutere cosa sia meglio per loro. Si tratta di ablesplaining, l’atteggiamento paternalistico e condiscendente con cui una persona abile spiega ad una disabile “quali siano i suoi diritti e quali no, quando puoi arrabbiarti e quando no, quando sentirti discriminat* e quando no, cosa puoi pretendere e cosa no.”

Il carico mentale dell’invisibilità

Se poi da una parte l’avere una disabilità fisica porta ad una ipervisibilità del proprio corpo – e della propria disabilità-, dall’altra esiste tutta una serie di “disabilità invisibili” che peggiora la situazione. Dal dover continuamente affermare di essere effettivamente disabili (“non è possibile, non ci credo”) ai paladini della giustizia che questionano la tua disabilità  (“Te ne stai approfittando, lascia il posto ai veri disabili”), si viene a creare un carico mentale estenuante per la persona disabile. Essere costretti a giustificare la propria esistenza è meschino e dannoso per la persona stessa. Consiglio, nel caso parlaste inglese, il canale Youtube di Jessica Kellgren-Fozard, la meravigliosa donna dalle mille diagnosi invisibili: “Adding vintage fabulousness to a life with disabilities and chronic illnesses, aided by my beautiful wife Claudia and our adorable pups.” In particolare vi consiglio questo video, Sono un impostore?

Ho detto “parlaste inglese”, ma in realtà potrei dire anche solo leggeste; perché il canale di Jessica è totalmente accessibile, ogni video è dotato sia di audio che di sottotitoli in inglese. E da qui un ultimo spunto.

Rivendichiamo la libertà dei corpi anche nello spazio digitale.

Perché al giorno d’oggi lo spazio online è diventato fondamentale, non è più qualcosa di extra. E’ passato dall’essere un privilegio a un vero e proprio diritto. Per cui ecco una serie di consigli per essere davvero inclusivi, partendo dalle piccole cose che per noi creatori di contenuti richiedono sforzi davvero minimi (ma anche se richiedessero sforzi un filo più impegnativi, se questo significa migliorare l’esperienza di una persona disabile online, non vedo perché non farlo). Disability justice is a practice, ovvero la giustizia per la disabilità è una continua pratica.

  • Mettere i sottotitoli ai video e alle storie, ci sono tantissime app che servono a questo scopo. Nel caso delle storie basta anche solo descrivere il contenuto della storia con le opzioni di testo.
  • Aggiungere in [alt text] le descrizioni delle immagini contenute nei post.
  • Aggiungere ID nella descrizione, in modo tale che le persone che ripostano l’immagine possano facilmente ripostare anche gli ID (visto che su Instagram i commenti non si possono copiare)
  • Mia Mingus fa un elenco completo qui.

Quindi… dicevamo? Ah, giusto!

Estate, finalmente!
Il mostrarsi in spiaggia, l’uscire la sera col proprio corpo non conforme, lo stracciare ideali imposti di bellezza e il mandare a fanc*lo la norma imposta. E magari, tra un “siamo tutt* bellissim*” e l’altro, il dare un giusto riconoscimento alla presenza delle persone disabili.

Qui non si tratta di dire “siamo tutti uguali”, che mi suona pericolosamente simile a un “non vedo colori”. Non si tratta di far finta che abbiamo tutti le stesse abilità fisiche e mentali, gli stessi bisogni, perché non è così: ma bisogna smetterla di ignorare le persone che non rientrano in una norma stabilita a livello numerico. Smetterla di pensare che una persona disabile non possa essere autonoma e avere una qualità della vita normale. Smettiamola di progettare un mondo e una società che non è a misura di tutt*.

“Essere disabile è un po’ difficile, dobbiamo effettivamente superare certi ostacoli. Ma gli ostacoli che superiamo non sono quelli che pensate voi. Non sono cose da fare con i nostri corpi. Uso il termine “persone disabili” deliberatamente perché aderisco a quello che viene chiamato “modello sociale di disabilità”, che ci dice che veniamo resi disabili più dalla società in cui viviamo che non dai nostri corpi e dalle nostre diagnosi.

Voglio vivere in un mondo in cui non ci siano aspettative così basse nei confronti delle persone disabili in cui la gente si congratuli con noi perché riusciamo ad alzarci dal lettola mattina e a ricordarci il nostro nome.”

– Stella Young

Progetti, persone.

Concludo con una serie di articoli, progetti e persone da seguire per informarsi e sensibilizzarsi su questi argomenti. 

Articoli & Video

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