Da donne bianche, abili, cisgender, borghesi e da persone appartenenti alla comunità LBGTQIA+, nella nostra lotta al patriarcato siamo allo stesso tempo identità marginalizzate e dominanti, oppresse e alleate, detentrici di potere e persone su cui il potere agisce. E’ quando uomini o persone etero e cis combattono al nostro fianco le nostre battaglie che ci sentiamo davvero come se ci fosse speranza, come se le cose potessero cambiare, come se, lì in piazza, ci fosse un modo diverso per stare insieme e per lottare per i diritti e re-immaginare relazioni. 

Ma, soprattutto in quanto alleate di altre comunità, ci poniamo spesso il problema di quale sia il modo giusto (ammesso che ce ne sia uno soltanto) per sostenere cause di cui noi stesse non siamo le protagoniste. Come possiamo dimostrare sostegno senza appropriarci delle esperienze, delle lotte, della sofferenza e del linguaggio di chi vogliamo sostenere? Come possiamo mettere in discussione questo stato ambivalente dell’essere vittima e oppressore allo stesso tempo? E come separare il nostro vissuto personale e la nostra identità individuale dall’oppressione sistemica di cui facciamo parte?

Ognun* di noi vive la propria vita da protagonista; è dunque umana la difficoltà del prendere parte a cause senza porsi al centro di esse. Soprattutto quando si rende la questione una questione identitaria – sono una persona che lotta per i diritti umani, sono una persona altruista e attenta alle questioni sociali – diventa molto complesso separare il proprio io dal contesto. 

Ciò che viene richiesto alle persone alleate è la sensibilità di farsi da parte quando è opportuno. Chiaramente raggiungere abbastanza cosapevolezza da capire il contesto in cui si è immers* e riuscire a modulare la propria partecipazione e il proprio sostegno non si impara dall’oggi al domani e soprattutto non si raggiunge questa consapevolezza senza aver ascoltato ed imparato dalle persone la cui lotta si va a sostenere. Ciò richiede, prima di qualsiasi altra cosa, di avere una buona dose di umiltà, apertura alla critica e all’autoanalisi e volontà di imparare ed educarsi autonomamente. 
Della sensibilità di farsi da parte ci parla Tlon in relazione alla Women’s March organizzata da Non Una Di Meno a Roma nel 2017. Quant* di voi si ricordano l’incidente che ha coinvolto un giovane ragazzo che pretendeva di porsi a capo del corteo e al quale le organizzatrici hanno dovuto più volte chiedere di farsi da parte e mettersi in coda come tutti gli altri? Il ragazzo, nonostante fosse stato ripreso con un megafono più volte pubblicamente, è rimasto tutto sommato tra le prime file. I giornali hanno subito urlato al “sessismo al contrario”, “femministe radicali che si auto-ghettizzano” senza soffermarsi sull’immenso dolore che ha portato e continua a portare in piazza migliaia di donne in un tentativo di far sentire le proprie voci e di riappropriarsi di uno spazio pubblico che non è fatto per loro e senza soffermarsi nemmeno sul delicato ruolo de* le/gli alleat*. 

Il contributo di Freeda per il mese del pride di questo 2020 si pone sulla stessa linea, tra appropriazione e tentativo ingenuo di sostegno: nello spiegare il significato dell’acronimo LGBTQIA+ Freeda ha attribuito la “A” esclusivamente a “Alleat*” non solo cancellando completamente l’esistenza delle identità Asessuali, Aromantiche e Agender (che la “A” rappresenta) ma ponendo ancora una volta al centro del discorso persone e identità che, in questo contesto, non appartengono per nulla alla comunità. Questo è un atto non solo ignorante ma anche violento; come si può pensare che la lotta per le dissidenze sessuali marginalizzate appartenga equamente anche a chi nulla ha a che fare con esse, se non dando loro sostegno?. Questo è un chiaro esempio di appropriazione di esperienze, di spazi e di linguaggio. 

Durante il mese di Giugno abbiamo assistito in Italia e in tutto il mondo a diverse manifestazioni per i diritti delle persone nere, bandiere e cartelli che recitavano Black Lives Matter, No Justice no Peace, Stop al Razzismo. In quel contesto il nostro ruolo di persone bianche che beneficiano del sistema razzista e capitalista ma con una coscienza antirazzista era di ascoltare, supportare e camminare dietro o accanto (quando richiesto) alle persone nere in marcia. Amplificare le lotte e le voci delle minoranze usando il nostro privilegio bianco non significa strappare di mano il megafono e salire sul palcoscenico raccontando di quella volta che in quarta elementare siamo stat* pres* in giro perchè portavamo gli occhiali; non significa voltarsi dall’altra parte di fronte al dolore delle persone nere dicendo “no, non guardo perchè mi fa troppo male”; non significa voler organizzare l’evento né porsi in testa al corteo. Significa educarsi costantemente e partecipare attivamente camminando sul filo sottile che divide il sostegno dall’appropriazione. 

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