Mickalene Thomas è un’artista nera dichiaratamente lesbica che basa la sua pratica artistica sulla riaffermazione del corpo nero contro il canone estetico bianco che domina la storia dell’arte. I suoi dipinti, le sue fotografie e le sue produzioni filmografiche riprendono spesso opere iconiche della storia dell’arte sostituendo i corpi bianchi con corpi neri dallo sguardo fiero, attivo e diretto verso lo spettatore. 

L’opera che analizziamo in questo contesto per parlare di appropriazione è in particolare A Little Taste Outside of Love, un dipinto basato sulla famosa Grande Odalisque (1814) di Ingres. Il dipinto di Ingres rappresenta una donna mediorientale perpetrando la stereotipizzazione e la feticizzazione dell’“esotico” caratteristica del tempo rendendo protagonista lo sguardo maschile (il cosiddetto “male gaze”[1]) sia nel momento della creazione dell’opera sia nell’immaginazione del pubblico a cui sarebbe stata rivolta. 

Un altro esempio, ancora più complesso e stratificato, di questa tendenza artistica è l’Olympia di Manet: la figura femminile ritratta è chiaramente una prostituta (il segno più inequivocabile di questo è la collana che porta al collo) e alle sue spalle è ritratta una donna nera nel ruolo di servitù. La donna nera quasi si confonde con lo sfondo, tanto poco è rilevante rispetto alla narrazione proposta, presente quasi con la stessa importanza di un soprammobile: è passiva, quasi asessuata soprattutto in contrasto con la figura centrale del dipinto, il colore della sua pelle si mescola allo sfondo facendola diventare quasi letteralmente, tappezzeria. La protagonista del quadro, invece, ha lo sguardo diretto all’osservatore (il maschile è intenzionale dato che alle donne non era permesso partecipare ai saloni artistici all’epoca). Il gioco di potere in questo dipinto si fa ancora più articolato, in quanto la protagonista è allo stesso tempo una categoria oppressa (donna, non sposata, sex worker, oggetto del male gaze del pittore e degli osservatori) e che opprime (tanto da avere una serva nera che fa da sfondo al suo ritratto) attraverso il suo privilegio bianco.

Ampliando la teoria dello specchio di Lacan, secondo cui l’identità dell’infante si formerebbe solo nel momento in cui quest* vede la propria immagine riflessa nello specchio insieme all’immagine della figura materna [2], si può facilmente dedurre che il male gaze sia stato un modo per la classe dominante maschile, bianca, eterosessuale e cisgender per autodeterminarsi e validarsi tramite la rappresentazione dell’immagine di sé e dei propri desideri in ogni possibile ambito dell’arte e della conoscenza. Per questo, si è reso necessario formare altre forme di “gaze”, altre tipologie di sguardo per contrastare questo tipo di narrazione dominante e restituire la possibilità di specchiarsi anche a tutte le altre identità troppo ignorate. Nasce dunque quello che da bell hooks viene chiamato “oppositional gaze”[3], uno sguardo che rende le donne nere soggetto attivo e agente, rivendicando la loro capacità di avere un’attenzione critica e analitica che le rende protagoniste. 

Da questa riflessione nasce il quadro di Mickalene Thomas che ribalta la narrazione dominante per restituirne una alternativa. La protagonista del ritratto non è più una donna che rispetta il canone bianco e guarda l’osservatore con sguardo sensuale e languido, ma è una donna nera dallo sguardo fiero e consapevole. Lo stile usato dall’artista nella realizzazione delle sue opere è ispirato dalla Pop Art, una corrente artistica degli anni Sessanta che ancora doveva fare i conti con il male gaze. I principali artisti della Pop Art erano uomini bianchi che riprendevano immagini pop e pubblicitarie (quindi pensate per attrarre intenzionalmente lo sguardo maschile, lo sguardo di chi aveva in mano le finanze e poteva permettersi di spendere soldi per l’acquisto del prodotto pubblicizzato) spesso rappresentanti donne ipersessualizzate e le rendevano arte. Mickalene Thomas usa la stessa idea per dare spazio alle donne nere come lei, cercando la sua immagine riflessa in ogni opera. 

Riprendendo di nuovo Lacan, Thomas afferma più volte che le sue opere sono un modo per ritrovare sè stessa e tutte le identità che dal canone artistico sono state sottostimate. Alla domanda “Chi c’è in quello specchio?” Thomas risponde:

“Sono sempre io. A volte anche mia madre, mia nonna o la mia bisnonna. A volte c’è una persona che non ho mai visto prima, a volte la persona che vorrei essere. A volte c’è la persona che spero di essere o che ancora non sono. Ma quando guardo nello specchio dico ‘sii semplicemente vera, vera, vera.’ È tutto ciò che posso fare”.

Mickalene Thomas

[1] Sassatelli, Roberta. “Interview with Laura Mulvey: Gender, gaze and technology in film culture.” Theory, Culture & Society 28.5 (2011): 123-143.

[2] Lacan, Jacques. “The mirror stage as formative of the function of the I as revealed in psychoanalytic experience.” Cultural Theory and Popular Culture. A Reader (1949): 287-292.

[3] hooks, bell. “The oppositional gaze: Black female spectators.” The feminism and visual culture reader (2003): 94-105.

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