La parola “attivismo” viene ormai sentita spesso nominare anche in contesti mainstream. Anche Fra(m)menti l’ha rivendicata come parte fondante del nostro lavoro online e offline. Al contempo ci siamo interrogate sul significato di questa parola e su cosa implichi l’essere dell* attivist*, fare attivismo e sull’eventuale differenza tra i due. 

Quando parliamo di attivismo ci riferiamo a lotte sociali e politiche volte a ottenere visibilità e diritti per i gruppi marginalizzati e per la persona. La pratica dell’attivismo si può attuare attraverso proteste, disobbedienza civile, scontri e rivolte, progetti educativi, divulgazione ecc. e forse fare liste rischia di diventare troppo prescrittivo perchè riteniamo che non ci sia necessariamente modo “giusto” di fare attivismo. Tuttavia, nei contenuti e dal punto di vista etico l’attivismo rischia di incorrere in diverse problematicità.

Soffermiamoci innanzitutto sulla differenza tra fare attivismo o definirsi attivist*. La domanda che ci poniamo è: per definirsi attivist* è necessario un grado di consapevolezza ed intento? Pensiamo ad esempio ad una persona visibilmente queer che semplicemente vive la propria vita in modo riconoscibilmente queer e out: può il suo esistere in quei termini all’interno della nostra società eterocisnormata essere considerato già attivismo? 

Ci piace pensare che la semplice esistenza delle persone queer invalidi e scardini il costrutto eteronormato; ci piace pensare che la semplice esistenza delle persone queer sia attivismo. D’altra parte, è problematico attribuire lo status di attivista a persone che non lo rivendicano autonomamente perché invalida la loro capacità di autodeterminarsi. Gli effetti della loro esistenza sono assimilabili a quelli dell’attivismo ma non si può attribuire loro lo status di attivista come questione identitaria. 

Definirsi attivist*, e dunque rendere l’attivismo parte della propria identità, è una questione altrettanto complessa. Proprio tornando al caso della semplice esistenza di categorie marginalizzate come resistenza, per alcun* l’attivismo può non essere solo una pratica, bensì anche una conseguenza dell’essere immers* in una società che l* categorizza come altr*, come un glitch, un difetto del sistema, anomalia da ricondurre alla norma, dipendendo dalla rivendicazione del* singol*. C’è una distinzione da fare quindi tra l’essere attivista e il fare attivismo: in base agli effetti che l’attivismo ha nella vita quotidiana della persona e alla consapevolezza che la persona ha della sua pratica attivista, ognun* può definirsi attivista o attiv* nel campo.

Un’altra problematica importante su cui soffermarsi è l’intreccio tra attivismo e capitalismo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una crescente privatizzazione dell’attivismo che si materializza in diversi modi; uno di questi è l’incremento di richieste di titoli di studio elitari per posizioni di leadership all’interno di organizzazioni che si occupano di attivismo che rende dunque l’accesso a queste ultime particolarmente complicato – spesso proprio per le categorie che sono primariamente impattate dall’attivismo in questione. Un altro modo in cui capitalismo e attivismo si influenzano a vicenda è l’accesso a fondi controllato da organi statali e/o privati. Multinazionali, aziende, istituzioni statali e non, benefattori di no-profit, ong od organizzazioni benefiche attuano spesso, in realtà,  un monitoraggio ed una restrizione dell’attivismo attraverso il denaro che investono in esso. Le condizioni e dunque i freni che vengono imposti spesso alle no-profit che fanno domanda di finanziamenti sono un modo estremamente pratico per decidere quale attivismo è permissibile e quale invece non lo è. L’attivista, scrittrice e prima donna trans ad essere la direttrice di una testata giornalistica nazionale, Ashlee Marie Preston, parla di questa tensione in modo molto diretto, affermando che: “La rivoluzione non verrà finanziata” (“The revolution will not be funded”) [1]

La libertà di azione per un attivismo sostenuto e sostenibile, in cui tutte le persone coinvolte sono pagate per il proprio lavoro, è dunque limitata e le implicazioni etiche di questo compromesso vanno inevitabilmente a impattare le pratiche attiviste stesse (VERO FREEDA?). Un esempio è sicuramente l’evoluzione del Pride, diventato da una parata sovversiva e rivoluzionaria a una sfilata di brand che decorano i loro loghi con l’arcobaleno.  

Riuscire a portare avanti una pratica attivista libera da questi costrutti e queste costrizioni non è affatto scontato. Il modo più etico per farlo è probabilmente essere sempre consapevoli dell’accessibilità del proprio attivismo e partire sempre dall’ascolto attivo dei bisogni della comunità impattata dall’attivismo che si vuole praticare. Bisogna però tenere a mente il fatto che l’eticità assoluta sotto il regime capitalista è impossibile e le scelte di compromesso che a volte vengono fatte non sono sempre condannabili in nome di un principio superiore di sorta. L’attivismo resta una costante tensione tra la dimensione sociale, con le sue problematiche e le sue difficoltà materiali e il risultato ideale che ci si propone di raggiungere. 


[1] Ashlee Marie Preston, Getting Curious with Jonathan Van Ness, 5 Agosto 2020

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