Una serie di frecciatine problematiche di unu attivistu incompetente

L’attivismo è un po’ come l’herpes: una volta preso, non ce ne si liberà più. Magari diventerà latente e ci saranno periodi in cui l’unico contributo da poter dare al mondo sarà uno sguardo disincantato, ma essenzialmente, unu attivistu rimane unu attivistu. Negli ultimi mesi ho messo un po’ forzatamente da parte il falcetto rosa che la lobby gender dà in dotazione dopo il primo corteo, e come il viandante su un mare di merda ho potuto osservare altru attivistu approcciarsi a diverse questioni. Con questo articolo intendo offrire proprio una prospettiva disincantata sul panorama di attivismo queer, trattando quelli che ritengo esserne gli errori metodologici.

Ma è necessaria una premessa: non ho la presunzione di poter dettar legge su quale sia il metodo più corretto per approcciarsi all’attivismo, lo scopo di questo articolo è presentare delle criticità rispetto al modo in cui si sceglie di trattare certi temi, perché spesso e volentieri la forma è così importante da incidere sul contenuto. Attivismo è, tra le altre cose, divulgazione: è necessario che il messaggio arrivi al pubblico senza incorrere nel rischio di fare un passo avanti verso l’informazione e due indietro nella controversia.

1) Mancanza di fact checking e bias

L’attivismo dovrebbe condividere con il giornalismo il presupposto del fact checking. Con questo termine intendo il riportare fatti, laddove sia necessario, il più accurati possibili. È nell’interesse di ogni attivistu fornire dati quanto più possibile oggettivi rispetto a fatti o eventi di cronaca, per poi costruirvi sopra riflessioni, anche personali, devolte al cambiamento sociale. La capacità di vedere i dati in modo oggettivo non è solo indice di grande consapevolezza del mondo esterno, condizione necessaria se un’analisi sullo stesso si vuole fornire, ma serve anche ad ispirare fiducia nel pubblico, che non solo potrà contare su una rielaborazione pertinente, ma anche su dati chiari che rispecchino fedelmente la realtà.

Nella pratica ci sono diversi modi per fare fact checking: confrontare le fonti disponibili se non, quando possibile, avere fonti di prima mano, testimoni diretti e non assumere in modo acritico una sola posizione già satura di opinioni, per quanto vicine al nostro punto di vista. Nella pratica, se si intende fare divulgazione su una minoranza di cui non si fa direttamente parte, sarebbe opportuno reperire fonti di attivistu della tal categoria, o chiamarli direttamente in causa.

Un altro modo per prestar fede al fact checking è essere consapevoli dei propri bias quando si fa divulgazione: in altre parole è necessario essere abbastanza ontestu intellettualmente da prendere coscienza del proprio set di valori, quel set di valori che spesso, anche senza volerlo, trasudano in una divulgazione che dovrebbe essere oggettiva. Posto che ogni attivistu ha dei principi (intersezionalità, libertà dei corpi, autodeterminazione) che è bene che vengano condivisi, rendere consapevole il pubblico in modo diretto che questi sono i principi implementati contribuisce a creare una comunicazione chiara tra divulgatore e pubblico. Un’altro modo per prendere coscienza dei propri bias è ammettere la propria ignoranza su certi temi: l’autrice di questo articolo, per esempio, scrive senza aver mai aperto un libro sulle strategie comunicative.

2) Capro espiatorio e dinamiche di gruppo

Il meccanismo del capro espiatorio prevede che ci sia un individuo o gruppo debole, sfortunato, diverso, facilmente sacrificabile, su cui scaricare le colpe di tutti per ricompattare una comunità in crisi con il minor costo sociale e la massima economia di mezzi possibile. Di solito il capro espiatorio è innocente e la comunità colpevole. È una dinamica per cui si crea un conflitto irrisolvibile tra un individuo o gruppo debole (il capro espiatorio) e un gruppo più esteso, spesso la comunità intera. Il meccanismo che si attua è un’emulazione delle emozioni di svalorizzazione e odio che si moltiplicano all’interno della comunità, come fomentandosi a vicenda, secondo il principio dell’imitazione emotiva.

Ma come si attua questa dinamica in un contesto di attivismo? Il mondo LGBTQIA+ racchiude in sé tante identità estremamente diverse tra loro. Ora, quella componente boomer e forte di una prospettiva gay-centrica il cui peana è #loveislove, attua il meccanismo del capro espiatorio quando, per esempio, non include le non monogamie etiche nel mondo LGBTQIA+ per paura che la promiscuità poliamorosa getti ombra sulle famiglie arcobaleno che sono così per bene. Così facendo pone tutta la responsabilità del cattivo nome della comunità LGBTQIA+ nella società sulle spalle di chi non è Tiziano Ferro con marito, cane, casa, libri, auto, viaggi e fogli di giornale.

3) Strumentalizzazione di fatti personali e di cronaca

Ogni attivistu utilizza giustamente fatti personali e di cronaca come spunto di riflessione per scomodare i massimi sistemi e sputare sul patriarcato. Però anche le intenzioni hanno un peso: se l’intenzione è la divulgazione tutto è come dovrebbe essere, un attivistu che divulga.
Il problema si pone quando l’attivismo ha un secondo fine: tipo il guadagno (il cielo sa che Jeffrey Star fa cosmetici vegani ma non conosce l’antispecismo) e la visibilità (fare un video per il coming per dire al mondo che sei eteroflessibile è un po’ come dire di essere un giornalista vero quando in realtà scrivi solo per Open o Freeda o come dire di essere femminista quando in realtà sei Arcilesbica). Ma anche usare l’attivismo come coping mechanism è controverso. Esistono reti di supporto per i tuoi fatti spiacevoli, usarne l’elaborazione per fare attivismo non è giusto nei confronti del pubblico e non è giusto nei tuoi confronti: ti meriti la terapia. E si noti bene che un altro conto sarebbe usare la testimonianza di un fatto personale per sollevare awareness (come ha fatto il movimento #MeToo) ma che il pubblico si immoli come psicologo per i tuoi daddy issues non va bene, Karen.

4) Intendere Roma per Toma

Il linguaggio è una componente fondamentale di qualsiasi interazione tra l’uomo e il mondo. La scelta delle parole non può essere a caso: ogni parola ha un significato proprio e irriducibile che ci dice in modo puntuale come stanno le cose nel mondo. Nell’attivismo è importante usare un linguaggio preciso, una terminologia specifica che possa educare il pubblico alla comprensione del panorma complesso e variegato che la minoranza costituisce.

Se descriviamo qualcosa, usando un termine che in realtà non la descrive, dobbiamo rendere conto del fatto che stiamo aprendo un panorama di senso per il pubblico che non è quello oggettivo: lo stiamo influenzando. Dire che Massimo Sebastiani è un femminicida è corretto, dire che era un gigante buono innamorato è una stronzata. Il giornalismo italiano ci offre tantissimi esempi di simili tirate: chi ha ucciso Willy è proprio un bravo ragazzo a cui capita di ammazzare gente nera, e il fratello di Maria Paola aveva davvero le migliori intenzioni quando ha speronato la sorella e il suo fidanzato.

[Un articolo di Ylenia Baldanza]

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