Dopo essere (quasi) scomparso dai palcoscenici per una settantina d’anni, sul finire dell’estate il blackface è tornato alla ribalta, complice la tintarella di Luigi Di Maio. Con la parola di questa settimana proviamo a spiegare che cos’è il blackface e perché è, purtroppo, storicamente e intrinsecamente razzista. 

Il Ministro degli Esteri italiano rientra abbronzato dalle vacanze e ri-condivide sul suo profilo dei fotomontaggi che lo ritraggono nei panni di Michael Jordan e al fianco di un Totò con la faccia dipinta di nero. In uno spot dell’Alitalia compare un attore bianco truccato da Barack Obama. La trasmissione di Rai1 “Tale e Quale Show” mostra ripetutamente persone bianche col volto dipinto interpretare cantantu neru. Questi e altri casi recenti hanno ricevuto da una parte della stampa e dell’opinione pubblica accuse di “blackface” e quindi, di razzismo più o meno velato. Nelle risposte alle accuse, appelli al sincero omaggio di artistu biancu nei confronti di artistu neru, chiarificazioni sulla realtà della tintarella del ministro o sulla non caucasicità dell’attore scelto per il ruolo… e soprattutto, implicita o esplicita, la rivendicazione che un atto razzista è razzista solo se chi lo compie è consapevolmente razzista e che la sensibilità sul tema blackface è prevalentemente americana o, in ogni caso, in Italia non è percepita. Ma che cos’è davvero il blackface e perché, con buona pace della sensibilità nazionale, non è possibile scorporarlo dalla sua natura razzista?

Origini del blackface

 Il termine blackface deriva da una tipologia di trucco teatrale diffusasi in America nel 1800, praticata da interpreti bianchi e consistente nell’annerirsi il viso e nel modificare i propri tratti per assumere le caratteristiche stereotipate di un modello caricaturale di persona nera. Gli attori usavano sughero bruciato, cerone nero e lucido da scarpe per ottenere un volto color inchiostro, si disegnavano enormi labbra bianche o rosse e indossavano parrucche di lana e costumi. Nella prima metà dell’Ottocento, il trucco veniva utilizzato all’interno di sketch composti di battute, canti e balli che ritraevano in modo denigratorio caricature di schiavu neru, per il divertimento di un pubblico bianco. 

 Il giornalista John Strausbaugh nel suo libro Black Like You: Blackface, Whiteface, Insult & Imitation in American Popular Culture traccia una panoramica del fenomeno, inscrivendolo nel solco di una secolare (se non millenaria) abitudine ad esibire la blackness come attrazione “mostruosa” per il pubblico bianco. Strausbaugh cita ad esempio la mostra di alcuni prigionieri africani nel Portogallo del 1440, ma esibizioni di questo genere si ritrovano già nell’antica Roma e sono marcatamente presenti per tutto il XIX secolo (il film Venere Nera di Abdellatif Kechiche racconta di una donna ottentotta esibita come animale da baraccone nella Londra del 1810). In sé e per sé, la pratica di annerirsi il viso per fini scenici non costituisce una novità: basti pensare ad Otello, il moro di Venezia, del 1603. Nel teatro elisabettiano gli attori maschi bianchi interpretavano tutti i ruoli (donne comprese) e quindi il protagonista della tragedia di Shakespeare era un attore bianco con il viso annerito. Se un certo gusto voyeristico è già presente nel capolavoro Shakespeariano, nel blackface l’esibizione a scopo denigratorio è il primo e principale elemento. L’accentuazione irrealistica dei tratti fisici, l’imitazione storpiata dei dialetti parlati nelle piantagioni, la riproduzione caricaturale di canti e danze “copiati” o “ispirati” a quelle dellu schiavu (oppure inventati e poi loro attribuiti), la presentazione di stereotipi e macchiette confezionate ad hoc per presentare il popolo nero come depositario di tutti i vizi possibili sono tutti tratti distintivi di quelle prime performance, che permarranno anche nelle sue successive evoluzioni.

Evoluzione ed eredità

Intorno al 1830 sketch musicali come Jump Jim Crow, in cui un attore in blackface cantava imitando uno schiavo zoppicante, divennero molto popolari: i numeri blackface arrivarono nei teatri e al grande pubblico, estesero la loro durata, comparvero personaggi stereotipati ricorrenti (l’ubriacone, il pigro, la ragazza provocante, la matrona, …). Nel giro di poco tempo il blackface passò ad indicare una tipologia di performance ben precisa e gli sketch si estesero fino a costituire uno show completo, il minstrel show. Composti da più atti, i minstrel show comprendevano canti, balli, parodie e sketch. Nei minstrel show si esibivano compagnie di attori/musicisti itineranti (detti Minstrel), con trucco blackface e una tenuta caratteristica che di solito comprendeva giacca, pantaloni, cilindro, farfallino e guanti bianchi. Come sottolineato da Strausbaugh, fondamentali per questo tipo di esibizioni erano stereotipi quali la predisposizione delle persone nere per la musica, la danza e le attività atletiche, che in qualche modo costituivano il “presupposto teorico” delle band di minstrel in blackface, dove i “veri canti dei neri” venivano ripresi e parodiati da bianchi truccati di nero. Anzi, quando artisti neri cominciarono a presentarsi sui palcoscenici (nelle band di minstrels o nei cabaret), inizialmente si esibivano indossando un pesante trucco blackface, coprendosi di fatto con la maschera dello stereotipo. In America, gruppi di minstrel amatoriali rimasero in attività fino agli anni ’50 del Novecento, quando il Movimento per i diritti civili degli afroamericani li fece cadere definitivamente in disgrazia. Oggi il blackface è considerato un taboo nella società americana, ma gli stereotipi e le caricature che questi spettacoli promulgavano hanno continuato ad essere presenti nella cultura e nei media americani ed europei. La matrona nera, la “mammy”, originata da spettacoli blackface è diventata mascotte per i più vari prodotti, nonché prototipo per la Mami del film Via col vento e altri personaggi simili. Figure con occhi tondi, labbra rosse e colorito nero sono state usate per reclamizzare i prodotti più disparati, dal cioccolato alla liquirizia. “Selvaggi” con labbra carnose, orecchie a sventola e colorito nero comparivano nei fumetti di Topolino, mentre nei cartoni di Tom e Jerry i piedi inciabattati appartengono a un’altra mammy nera. Al carnevale di Dunkerque gli “zoulous” sono considerati un costume tipico, ma i figuranti si truccano oggi come si truccavano gli attori blackface più di un secolo fa. Appare però chiaro come questa pratica e le icone che ne derivano abbiano le loro radici profonde nello schiavismo, nella ridicolizzazione del diverso e nella de-umanizzazione dell’individuo ridotto a caricatura stereotipica. Non è mai stato “solo per ridere”. Il film del 1915 The birth of a nation, considerato nonostante tutto una pietra miliare del cinema americano, presenta i neri come sovversivi violenti e degenerati, il Ku Klux Klan come una forza salvifica garante dell’ordine suprematista bianco ed è direttamente collegato alla rinascita del KKK. I personaggi neri principali sono tutti attori bianchi in blackface. È davvero possibile prendere alla leggera tutto questo?

Sul tema:

John Strausbaugh, Black like you: Blackface, whiteface, insult & imitation in American popular culture, New York: Jeremy P. Tarcher/Penguin, 2006.
Igiaba Scego, La vera Mammy di Via col Vento ci aiuta a superare gli stereotipi sui neri: https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2016/10/29/mammy-via-col-vento-stereotipi

Da vedere:
Le opere di Betye Saar, che tramite collage e assemblaggi decostruisce stereotipi

Film:
Venere nera, Abdellatif Kechiche, 2010
Bamboozled, Spike Lee, 2000: un autore televisivo nero propone di rimettere in scena un minstrel show, ottenendo un successo sconcertante
The birth of a nation, D. W. Griffith, 1915

Silvia Gualtieri

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