Ciao a tuttu sono Ylenia, sono un’attivista queer e transfemminista e uso pronomi femminili.

Ciao a tuttu sono Mari, uso anche io pronomi femminili e sono un’amica di Ilenia, studio filosofia e sono appassionata di letteratura greca, latina e teatro antico. 

Il tema scelto da frammenti questa settimana è quello del blackface, abbiamo pensato a come si potesse applicare al mondo greco e latino e la risposta è: è molto difficile che si applichi, appunto perché il blackface è un fenomeno contemporaneo e moderno. Quindi abbiamo scelto di parlare di discriminazione etnica andando a delineare tra diverse sfere che possono ben rappresentare questa discriminazione, in particolare abbiamo scelto di trattare i temi della schiavitù, del barbaro e dell’ospite. Dobbiamo fare la premessa che, in quanto persone bianche, non ci permettiamo di parlare del vissuto delle persone nere perché non ne avremmo né il mezzo né il diritto, e che quindi ci limitiamo a fornire una prospettiva storica e filosofico-culturale, chiamando in causa pensatori e pensatrici contemporanei neri come Angela Davis, per collegare il mondo classico al mondo contemporaneo e speriamo che sia utile e che dia degli spunti interessanti. 

Il primo punto che abbiamo deciso di trattare è quello della schiavitù, partiamo da chi era lo schiavo in Grecia: potevano essere prigionieri o prigioniere di guerra schiavi per debiti o per nascita. E’ importante notare che i prigionieri, quando non venivano uccisi in guerra, venivano fatti schiavi esattamente come le donne e si andava a creare una concezione dello schiavo come bene mobile in cui in realtà la differenza di genere non sussisteva. Ciò è una cosa estremamente negativa poichè sia l’uomo che la donna venivano visti letteralmente come una cosa, un oggetto, una merce. L’ho trovato rilevante se si pensa ad Angela Davis in “Donne razza e classe” che infatti dice e cito “dal momento in cui le donne erano considerate entità lavorative redditizie al pari degli uomini, dal punto di vista dello schiavista, potevano anche essere prive di genere.” Il che è molto interessante per una rilettura transfemminista della cultura greca, ovviamente negativa, perché la parità di genere si conquista unicamente quando la donna e l’uomo sono merce allo stesso modo. E’ importante dire che all’interno della dimensione dello schiavo queste persone non erano cittadini, quindi non godevano di poteri politici e civili, nell’Atene del V secolo erano considerati praticamente nulla all’interno della società.

Per quanto riguarda questo tema, abbiamo pensato soprattutto di proporre una visione che riguarda la connessione dei prigionieri di guerra in relazione alle “Troiane” di Euripide che è una tragedia greca molto famosa . In essa troviamo le donne di Troia, subito dopo la caduta della città, all’interno dell’accampamento greco in attesa di essere distribuite secondo sorte ai vincitori, quindi ai capi dell’esercito come Agamennone, Ulisse e Menelao, come degli oggetti che vengono assegnati a caso a questo o quel condottiero. Nel testo c’è proprio un passaggio in cui si dice: troiani infelici venite a vedere la vostra rovina, vi hanno assegnato in sorte ad un guerriero; il che fa letteralmente vedere come la concezione di schiavo, schiava, schiavu che ha Angela Davis fosse esattamente la stessa che ci tramandiamo dall’antica Grecia. Il sistema schiavistico classifica, nel caso contemporaneo, i neri come beni mobili e nel caso Greco in particolare, o comunque in quello latino, il prigioniero di guerra come bene mobile allo stesso modo.

In riferimento alle dimensioni greca e latina, abbiamo pensato di portare anche l’esempio di Sosia, quindi in una realtà diversa dalla tragedia quale è la commedia, in un ruolo che possiamo dire in qualche modo diverso. Innanzitutto perché Sosia è un prigioniero per nascita e, all’interno della commedia, pur essendo lo schiavo di Anfitrione, del protagonista, è lui in realtà ad essere il protagonista della vicenda. In una delle scene più importanti di questa commedia, vediamo appunto un momento in cui, per esigenze di trama, Mercurio, quindi un Dio che corrisponde a Ermes nel mondo greco, si traveste attivamente da Sosia, da schiavo, per beffeggiarsi di lui e per creare questa dinamica di equivoci. Questo travestimento è una sorta di blackface ante litteram perché il fatto che Mercurio, quindi una divinità, si travestisse da schiavo è un espediente per far ridere il pubblico ed è una ridicolizzazione dello schiavo, quasi una deumanizzazione, perchè lo schiavo viene usato semplicemente come un espediente comico. 

Il secondo tema che vogliamo trattare è quello dello straniero/a e vogliamo collegarlo alla concezione che i greci avevano del barbaro e della barbara, l’etimologia di questa parola è bar-bar quindi una parola onomatopeica, che stava ad indicare qualcuno che non era in grado di parlare greco, il bla bla e chi balbetta, c’è quindi una dimensione prettamente linguistica. Notiamo infatti, ad esempio, che il barbaro era considerato semplicemente non solo qualcuno che è straniero alla Grecia, ma anche qualcuno che parla un dialetto diverso dal tuo, ad esempio per un ateniese era barbaro anche un macedone o un qualsiasi cittadino che non parlasse quel determinato dialetto. E’ un’accezione molto positiva e molto cosmopolita perché in questo senso l’accezione della parola barbaro non implica una superiorità di una popolazione sull’altra, ma è semplicemente la presa di coscienza di una differenza che è sicuramente linguistica, infatti non esiste la lingua greca ma esistono tanti dialetti greci, e in secondo luogo una presa di coscienza delle differenze culturali tra le varie Polis; che magari potevano essere in competizione per cercare di accaparrarsi il tesoro di Dedo(?), come Atene e Sparta, però fondamentalmente c’era una sorta di rispetto e di presa di coscienza delle diverse culture e costumi che ogni Polis aveva. Per quanto riguarda, al contrario, una concezione negativa del barbaro e dello straniero, possiamo pensare ad esempio a Medea, un’altra tragedia di Euripide famosissima secondo cui appunto Medea per vendicarsi del marito Giasone che l’aveva tradita, aveva ucciso i suoi figli. 

Medea è una figura controversa: è straniera in quanto non è originaria di Corinto, è barbara in quanto non parla la lingua Greca, non il dialetto ma proprio la lingua greca, ed è una donna, quindi in una condizione di completa marginalizzazione. Ed è interessante vedere come alcuni studiosi attestino che, prima di Euripide, ci fossero delle fonti che affermavano che Medea non avesse ucciso i suoi figli, ma fossero stati i cittadini di Corinto per portarla in esilio ad ucciderle i figli, quindi un grossa marginalizzazione della donna in quanto straniera e nel caso di Medea anche maga fattucchiera. Ovviamente una donna che viene vista come potente viene subito associata ad una dimensione di magia oscura, che non è che quasi capibile e conoscibile al povero uomo che si ritrova con questa presenza così strana, anche se effettivamente Medea aveva poteri magici e infatti aveva aiutato Giasone a recuperare il vello d’oro; ma nell’interpretazione diventa problematico perché è un elemento in più per marginalizzare.

In ogni caso è importante vedere come Medea sì commetta questo atto crudele dell’uccisione dei figli, ma in un certo senso è come se fosse stata portata a compierlo. Sono i cittadini che la vedono come straniera e quindi in un certo senso estremizzano questa sua esclusione, il fatto di essere stata tradita e il fatto di essere stata costretta ad andare in esilio l’hanno portata a compiere questo atto. E’ rilevante notare come le influenze sociali della marginalizzazione che sono molto attuali, la demonizzazione mediatica, la dinamica del capro espiatorio che ricorre in tutti i contesti storici come anche in tempi contemporanei, rappresentare il diverso e raccontare ai bambini le storie su l’uomo nero, non fa altro che fomentare questa ansia razziale, questa paura del diverso, che notiamo molto presente anche nella cultura contemporanea. Soprattutto in Italia al momento questa paura del diverso è radicata anche nei fatti di cronaca che riguardano le persone in transito.

Arriviamo quindi al terzo tema che è quello dell’ospite, è importante contestualizzarlo in questa questione delle persone in transito, prendiamo ad esempio la condizione di Ulisse davanti a Nausicaa. E’ necessario fare una premessa, l’ospitalità era un tema fondamentale e sacro per i Greci soprattutto in epoca arcaica, infatti in lingua omerica Zeus è designato come protettore degli ospiti e anche a livello linguistico c’è un epiteto formulare, quindi una formula fissa, che lo disegna in quanto tale, esiste quindi una religiosità e una dimensione di sacralità. Questo lo vediamo nel momento in cui, nel libro sesto dell’Odissea, Ulisse sbarca naufrago, sconosciuto e coperto di salsedine e di foglie davanti a Nausicaa che lo aiuta. In quanto principessa si abbassa ugualmente ad aiutare un naufrago, senza porsi la questione della differenza abissale che lei stessa vede, di chi è e del fatto che possa essere uno straniero o un malintenzionato, senza porsi domande ma al contrario aiutandolo in quanto persona bisognosa e ospite mandato dagli dèi. Gli offre quindi cibo, vestiti puliti e la sua casa, lo ospita per mesi, e c’è proprio una assoluta buona fede, una visione che si contrappone a quella di (Matteo Salvini) Polifemo. Polifemo in contrapposizione a questo, cosa fa? Nonostante Ulisse gli chieda ospitalità in nome degli dei, si comporta da empio e addirittura mangia i compagni di Ulisse, uccide i suoi ospiti, che è il maggiore atto di empietà che si possa compiere secondo un greco. E’ rilevante per una riflessione contemporanea guardando appunto i fatti di cronaca che riguardano le persone in transito in Italia e nel Mediterraneo, al momento la non accoglienza che viene fornita, i CPR e tutte queste questioni, fanno vedere quanto ci sia veramente una discriminazione interiorizzata e una paura del diverso incredibile, e che in qualche modo dovremmo recuperare la dimensione dell’ospitalità che abbiamo completamente perso. Pensiamo che la cultura greca e la cultura antica in generale ci possa essere di grande aiuto in questo.

Chiudiamo, vi salutiamo e speriamo che questa prima puntata vi possa essere piaciuta, vi aspettiamo alla prossima, a presto, ciao.

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