Sono sempre stata convinta che la narrazione attorno all’aborto fosse incredibilmente univoca, non solo in un paese profondamente cattolico e machista come l’Italia ma in generale nel mondo occidentale. Anche qualora la libera scelta della persona che sta optando per un’interruzione volontaria di gravidanza venga protetta e garantita dalle istituzioni, aleggia una tacita aspettativa di un racconto drammatico, traumatico e che comunque le cambierà o segnerà indelebilmente la vita.

Mancano altre storie. Mancano altri racconti e vissuti diversi, di sollievo, di presa di controllo, di riaffermazione della propria sovranità corporea, di sostegno e condivisione, di informazione e anche, sì oso dire, di celebrazione. Per alcunu l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) è una procedura come un’altra; per altru no. Eppure al momento le storie che vengono amplificate e che compongono l’immaginario collettivo mainstream sull’IVG sono riduttive rispetto a un vissuto molto più ampio e sfaccettato. 

Perché parto da questo? Perché sono stanca, troppo stanca di essere messa di fronte a quanto disgustosamente distorti, dolorosi e intrinsecamente cattolici siano tutti i meccanismi che in Italia compongono l’esperienza di interruzione di gravidanza volontaria di una persona con utero. 

L’inchiesta su i cimiteri dei feti

Ne è esempio l’ultima vergognosa storia che riguarda i cimiteri dei feti. Ne parla Jennifer Guerra nel suo articolo per The Vision titolato “I cimiteri dei feti umiliano le donne. Li ho mappati e non sono un’eccezione, ma la normalità.” [1] in cui sviscera la lurida questione del sistematico ed oggi legalissimo appalto ad organizzazioni cattoliche da parte di Comuni e Ospedali della sepoltura dei feti abortiti sotto le 20 settimane. 

L’articolo 7 del “Regolamento di polizia mortuaria” del 1990 delinea tre casi potenziali in ambito di aborto: oltre le 28 settimane i feti vengono sempre sepolti (si parla di nati morti); tra le 20 e le 28 settimane è prevista la sepoltura in campo comune previ permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale; prima delle 20 settimane i “prodotti del concepimento” vengono destinati alla termodistruzione poiché considerati rifiuti speciali ospedalieri [2].

Nei primi due casi in cui la sepoltura è obbligatoria, o se ne occupano i parenti o se ne occupa l’ASL e, scrive Guerra, “non serve che i genitori ne facciano richiesta, a meno che non vogliano organizzare loro una cerimonia”[3]; è l’ultimo caso, invece, in cui entrano in gioco associazioni pro-life come Difendere la Vita con Maria, associazione di volontariato di Novara nata negli anni ‘90 tra le prime a stipulare accordi con ASL, strutture ospedaliere e Comuni, sfruttando l’area grigia del regolamento della polizia mortuaria. Associazioni come ADVM, si recano nelle strutture con appositi contenitori e seppelliscono i prodotti del concepimento con riti cattolici, coronando il tutto con una croce col nome della madre e la data dell’aborto. Guerra menziona anche la presenza spesso di un registro in cui le stesse o simili informazioni vengono riportate [4]. Nessun consenso informato da parte di chi ha abortito. Anche nel caso in cui si volesse procedere a sepoltura di un feto di meno di 20 settimane, è necessario che i parenti apportino tale richiesta entro 24 ore dalla procedura; passate le 24 ore, decade qualsiasi diritto.  E se non si volesse seppellire il feto? E se non si volesse un rito religioso o un rito cattolico? Nei moduli di consenso informato a cui Guerra è potuta accedere non si fa alcuna menzione di tutto questo, anzi, la giornalista per l’Espresso Rita Rapisardi riporta l’esperienza di Francesca che si è sentita dire: “Lascia perdere sono cose che non ti interessano” chiedendo informazioni su cosa sarebbe accaduto al prodotto del concepimento [5].

Donne impure, visioni binarie e nascite sporche

Una madre (nominalmente) crocifissa, un funerale cattolico non richiesto, un buco normativo in cui si infilano viscide le associazioni pro-life. Si parla di nascita, di morte, di sovradeterminazione, di violazioni, di rifiuti e caos. 

Questa storia ha molto, forse tutto a che fare con l’impurità intrinseca della donna e la sua possibilità di redimersi – ma mai completamente – divenendo madre. Ha molto a che fare con la figura del cristiano salvatore il cui atto salvifico in questo caso consiste nel ridare dignità al feto (a quell’ammasso di cellule che persona lo era forse solo in potenza) in un tentativo di purificarlo dall’impurità e dal peccato della donna [6]. 

Prima delle 20 settimane per la legge si parla di “rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo” [7] portando l’immaginario a qualcosa di sporco, a liquidi corporei e materiale biologico di scarto. Io m’immagino il sangue. E in quel sangue ci vedo l’opposto della purezza cattolica. E lo rivendico.

Anche l’artista giapponese Shigeko Kubota rivendicava l’impurità nella sua performance Vagina Painting (1965) imbrattando la purezza del genio creativo maschile di una tela orizzontale bianchissima con quelle linee astratte di pittura rosso scarlatto che tracciava con un pennello guidato con la vagina. 

Shigeko Kubota (2 Agosto 1937 – 23 Luglio 2015) era un’artista e performer giapponese che viveva e lavorava a New York. Kubota è oggi ricordata principalmente per le sue installazioni scultoree dall’estetica fai-da-te e per il suo uso di monitor e videocamere. L’artista faceva parte del movimento avant-garde Fluxus, ossia una comunità di artistu, poetu, performer, compositoru che tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, attraverso la performance art, vollero spostare l’attenzione dal risultato al processo artistico. Da qui il nome del movimento che significa “Flusso”. 

La tela bianchissima che Kubota imbratta è tanto bianca quanto la maggior parte dei membri di Fluxus che la marginalizzano sia in quanto donna che in quanto donna asiatica, privandola di visibilità e rendendole l’accesso alla comunità attorno al movimento artistico difficoltoso [8]. Le pennellate di rosso di Shigeko Kubota sono una nascita sporca, dolorosa, difficile e caotica della creatività, nulla di più lontano dall’arte pura e alta, dalla purezza e dalla naturalezza del genio creativo stereotipicamente maschile. L’artista rivendica il flusso (mestruale) della creazione artistica, inglobando e deformando quel cogito ergo sum cartesiano che guida la convinzione occidentale che l’uomo sia mente e la donna sia corpo. Kuboto lo deforma perché se ne appropria e rivendica il suo corpo come strumento artistico, come archivio di sapere, come metafora e prospettiva, come sito performativo di conoscenza. 

Facendo attenzione a non cadere nella reificazione del binarismo di genere che ci impone una visione dicotomica e genitalcentrica del mondo, rifletto anche su quel pennello che, fra le sue cosce, è a tutti gli effetti un fallo. Si aprono così una miriade di panorami interpretativi in cui pene, vagina, genitali si sovrappongono, divergono e creano qualcosa di ibrido e spaventoso, di caotico e meravigliosamente sanguinolento che se ne fotte della purezza, della delicatezza e del decoro.

A me Shigeko Kuboto dice questo. Che è così che nasce l’arte. Non da una donna, non da un uomo, non da ciò che è puro e intonso, non dall’assenza di peccato e di vissuto, né dal pentimento. Non serve che una croce bianca redima la persona che ha deciso di intraprendere un percorso, non dobbiamo essere redentu dal principio. Questo peccato originale che ci perseguita e che condanna a dover essere salvatu diventa così parte fondante del nostro essere e di ciò che (involontariamente o volontariamente) produciamo. Non vogliamo cancellarlo, non vogliamo sbiancarlo, non vogliamo seppellirlo o santificarlo. Vogliamo riappropriarcene. Vogliamo celebrarlo e rivendicarlo, così come rivendichiamo le circostanze che ci hanno portato a una scelta abortiva o rivendichiamo l’arte che deriva da una tela sporcata di rosso.

[1] Guerra, Jennifer. “I cimiteri dei feti umiliano le donne. Li ho mappati e non sono un’eccezione, ma la normalità”. (2020) https://thevision.com/attualita/cimiteri-feti-donne/ 

[2] Rapisardi, Rita. “Il cimitero dei feti, storia di una vergogna che dura da più di vent’anni”, L’Espresso, 2020.

[3] Guerra, Jennifer. “I cimiteri dei feti umiliano le donne. Li ho mappati e non sono un’eccezione, ma la normalità”. The Vision, 2020. https://thevision.com/attualita/cimiteri-feti-donne/ 

[4]  Guerra, Jennifer.

[5] Rapisardi, Rita. “Il cimitero dei feti, storia di una vergogna che dura da più di vent’anni”. L’Espresso, 2020. 

[6] Parlo di donna e non di persona con utero perchè sottolineo, per me e per chi legge (per chi questa violenza la vive quotidianamente le mie parole sono superflue in ogni caso), l’ulteriore la violenza della visione binaria della Chiesa sui nostri corpi. 

[7] Centofanti, Nicola. “I cimiteri. Piano regolatore, regolamenti e concessioni cimiteriali”, 2007.

[8] Stiles, Kristine, “Between Water and Stone: Fluxus Performance, A Metaphysics of Acts”, in Armstrong and Rothfuss, “In the Spirit of Fluxus”, 1982

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