di Marco Bacchella

Colazza è un piccolo comune della provincia di Novara. ha tutto quello che un piccolo paese della provincia di Novara potrebbe avere: ha uno studio dentistico, un bar e un piccolo alimentari a conduzione familiare. 

Conta ben 400 anime, la cui metà fugge ogni mattina per andare a lavorare nei piccoli paesini della provincia di Novara, che sono sempre più grandi di Colazza, che si trovano nelle vicinanze. Il 10% di queste 400 anime è invece soltanto formalmente residente nel comune: in realtà abita a Milano, e usa il ridente comune di Colazza come villaggio vacanze senza cinta muraria. 

Colazza non è per niente interessante: è l’ennesimo paesino di provincia in mezzo a moltissimi paesini di provincia che non sono per niente interessanti. Gli inverni sono lunghi, le estati sono noiose e i vecchini che si ostinano a scegliere quel paesino dimenticato dai navigatori come bara a cielo aperto sono perlopiù irritanti. 

Il prete di Colazza però è in una situazione accademicamente interessante: come massimo esponente della chiesa cattolica in loco, si ritrova a dover amministrare tutti i beni che in quasi 500 anni la Chiesa ha accumulato sul territorio di Colazza. Tutti in paese infatti hanno abitato nella casa del prete, che è quella di fronte a casa dei miei genitori, quella dopo la curva stretta prima del campo da tennis e prima della svolta per Tapigliano: chi mentre finiva la propria casa ereditata dal vecchino morto suo parente, chi mentre si riassestava prima di scappare da quel paesino dimenticato, chi mentre cercava invece qualcosa di economico, ha potuto vedere la crescita di muffa sempre presente nella cucina.

I miei genitori tutt’oggi hanno in affitto il garage del prete a una somma che può essere paragonata ai parcheggi in centro a Milano. È normale, per chi abita a Colazza, vedere il prete dimenarsi tra gli operai mentre ristruttura o ripara l’ennesimo appartamento disperso tra le vie strette del paese, ed è altrettanto normale sentirlo lamentarsi di come le donazioni e gli affitti non coprano mai le spese per le riparazioni. 

Ammetto che, per i primi 23 anni della mia vita, non mi chiesi mai perché un prete si trovasse in quella situazione. Anzi, da quando mi sono sbattezzato, circa due anni fa, e da quando mia madre glielo disse, circa l’anno scorso, neanche più ci parliamo. Non che ci fossimo mai effettivamente parlati, neanche ho mai fatto la comunione, ma ora mi ha tolto pure il saluto, e le rare volte che torno dai miei genitori e il signor prete vede la mia macchina neanche più si fa vedere. 

Quindi, forse dovrei smettere di divagare e dirvi come mai un prete si ritrova ad amministrare beni di gente morta, vero? Beh, è tutta colpa di come il cattolicesimo ha inteso la famiglia per centinaia di anni. Qui farei iniziare i titoli di testa, magari un’inquadratura aerea per farvi vedere quanto è suggestiva Colazza, ma solo quando non piove, quando non tira vento, quando non c’è nessuno in giro, quando trovo parcheggio…

A inizio ottobre 2020 nella mia vita entrò una donna: fosse un coming of age movie americano di inizio 2000 sarebbe una manic pixie dream girl, invece era la professoressa di Antropologia di Parentela e di Genere. Inutile dire che questo articolo non è che un modo che ho per ripassare un paio di concetti fondamentali per il suo esame, che è il 19 Gennaio e non ho molto tempo per studiare. Mettiamo quindi caso che la situazione del prete di Colazza sia una strategia attiva della Chiesa per accentrare e accumulare risorse. Questa è la tesi del signor Goody, un ometto dalla faccia simpatica nonché antropologo sociale, che,  in molti dei suoi testi, esprime in maniera più chiara quello che sta per seguire questa introduzione. 

All’interno della legge cattolica, che, con i patti lateranensi è stata, anche se solo in parte, integrata all’interno del sistema legislativo italiano, ci sono diversi divieti e alcuni consigli. La poliginia è vietata, i funzionari religiosi non possono contrarre matrimonio (tranne i diaconi, per qualche ragione), i cugini non possono sposarsi, non si può divorziare, non si può fare concubinaggio, non si può adottare ed è scoraggiato il matrimonio delle vedove. Queste non sono che alcune delle regole che la Chiesa Cattolica ha sull’argomento matrimonio, ovviamente, ma sono quelle che ci interessano di più. All’applicazione alla lettera di questi dettami corrisponde infatti una riduzione drastica della discendenza: questa è, in pratica, tutta quella serie di relazioni biologiche e non, che sono riconosciute a livello legale come appartenenti alla tua linea di discendenza. 

Restringendo le scelte possibili la Chiesa ha messo delle solide basi per far sì che determinati gruppi di persone, una volta vecchi, preferissero dare i propri beni in eredità alla chiesa Cattolica. Essenzialmente ha, in modo esplicito o implicito, deciso quali persone facciano legalmente parte della tua famiglia. Queste scelte possibili però sanciscono cosa è una famiglia valida: certo, adesso, in questo ibrido di stato laico-cattolico in cui ci troviamo, le adozioni legalmente riconosciute rientrano, agli occhi della legge, all’interno della propria discendenza, ma rimane che per la Chiesa Cattolica la famiglia è ben definita. 

Anche per gli antropologi la famiglia è ben definita: si tratta infatti di un’unità economica e sociale che tendiamo, in occidente, a riconoscere come qualcosa che va a crearsi all’interno del diagramma di Venn che vede le relazioni by blood, ovvero le relazioni biologiche, e quelle by law, ovvero le relazioni sociali e interpersonali, così come il signor Schneider, altro antropologo che devo studiare per l’esame del 19, ha descritto in American Kinship. Ora, non è solo un’intuizione mia quella che vede l’esempio americano studiato da Schneider come utilizzabile per analizzare anche la situazione dell’intero mondo euroamericano: d’altronde, la situazione americana è stata creata anche partendo dalle influenze cristiane dei coloni e dell’immigrazione europea di inizio ‘900. 

Una riflessione su cosa è, per ogni stato, considerata famiglia, è spesso utile per vedere che tipo di privilegi il nucleo familiare spesso ha. Facciamo un esempio con gli statunitensi e uno con gli italiani: 

  • la famiglia legislativamente riconosciuta, negli Stati Uniti d’America, ha il privilegio di vedere estesa l’assicurazione sanitaria di EGO, ovvero il punto centrale di analisi in qualsiasi genogramma
  • la famiglia legislativamente riconosciuta, in Italia, può andare a prendere i figli di EGO a scuola

Ora, perché mi preoccupo di andare a prendere i figli di EGO? Fanculo i bambini, li odio. Beh, la mia preoccupazione deriva dalle mie spinte anarchiche che vedono qualsiasi struttura come inapplicabile alla realtà dei fatti. È infatti molto semplice pensare a casi familiari in cui delle figure centrali non sono riconosciute per colpa di determinate leggi. 

Prendiamo il caso delle PMA, love them or hate them, queste ci sono. Le PMA, o procreazioni medicalmente assistite, sono tutta quella serie di pratiche che, nel ventunesimo secolo, permettono a sempre più persone dei concepimenti che non siano alla vecchia maniera. Dentro queste pratiche sono racchiuse le fecondazioni in vitro, le gestazioni per altri (le terf che mi vogliono dire che si dice utero in affitto mi possono taggare nelle storie in cui appaiono arrabbiate a @marcobacchella su IG) e centinaia di altre pratiche che racchiudono sia pratiche mediche che pratiche sociali impossibili da riassumere, e datemi retta ci ho provato, i miei appunti sono un disastro. 

Prendiamo il caso di due donne cis che scelgono di avere un bambino assieme. Statisticamente parlando, queste prendono e vanno in Spagna, centro favorito per la fecondazione in vitro. Una delle due compirà la gestazione, la sua partner condividerà l’esperienza materna esattamente come un uomo cis condivide l’esperienza materna in una gestazione che, per mancanza di terminologia, mi tocca chiamare tradizionale. Nove mesi dopo, unu bimbu viene sputato fuori davanti a una stanza piena di astanti: due giorni dopo, ci sarà il problema dell’anagrafe. Madre? Check, la partner gestante, semplice, easy, stupendo, freschissimo. Padre? Donatore anonimo. E l’altra partner? L’altra partner è esclusa, secondo la legge italiana, da qualsivoglia riconoscimento, da qualsivoglia privilegio, anche da qualsivoglia responsabilità nei confronti di quell’esserino con la testa grande come un melone che continua a cagarsi addosso. Giusto l’antropologia ha la decenza di chiamarle co-madri, anche se ritengo questo termine inadatto a descrivere l’importanza, che dovrebbe essere scontata, di una persona che partecipa attivamente alla crescita di quel polipo. 

Ora, la situazione di queste donne è ovviamente un vuoto legislativo, vero? Dico, se la famiglia fosse un’entità autodeterminata a cui ci si può ascrivere come meglio si crede, allora non dovrebbe esistere nessuno di questi casi possibili. La questione ancora aperta è, secondo l’antropologia, cosa rende una famiglia tale. È la coresidenza? È la condivisione dei pasti? È il riconoscimento sociale? Quello che sappiamo sulla famiglia è che facciamo finta sia la base della nostra società e che è una definizione che spesso ricopre una casistica piuttosto limitata. Quello che vogliamo riconoscere, come società, come famiglia, andrà automaticamente a creare delle sovrastrutture che creeranno dinamiche. Guardiamo come la sovrastruttura dettata dalle regole del matrimonio della Chiesa Cattolica abbiano dettato non solo cosa sia la famiglia, ma come i beni di questa unità economica vengono distribuiti una volta che questa unità economica si scioglie. 

In più, con la cosa che la Famiglia, quella con la F maiuscola, è proposta come la base della nostra società, si creano irrimediabilmente categorie di cittadini di serie A e serie B, e questa serie B comprende anche le persone che non hanno intenzione di avere una famiglia perché, reitero, fanculo i bambini, visto che siamo convinti che bisogna averne per avere una famiglie, oltre che tutte quelle casistiche dove non ci sono un uomo e una donna cis insieme ad uno o più polipi cagoni. 

Ora, offro una soluzione da mettere nel cesto dei consigli per una società utopica: magari, e dico magari, cominciamo a intendere la famiglia come un’entità di autodeterminazione a cui ciascuno può decidere se ascriversi o meno. Offro anche la soluzione burocratica: magari non mettiamo madre e padre, lasciamo i due classificatori in bianco, e poi magari facciamo più di due spazi, se non è troppo complicato. 

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