di Silvia Gualtieri

Parlare di piacere è sempre controverso. Nel mondo in cui viviamo, piacere è troppo spesso associato a qualcosa di perverso e di sporco; qualcosa di cui nel migliore dei casi non bisogna parlare e che, se proprio ci può essere concesso, possiamo sperimentare solo dietro porte ben chiuse. Non parlo solo del piacere sessuale. Parlo del piacere in generale, che può derivarci da uno qualsiasi dei nostri sensi, da tutto il corpo o da una stimolazione intellettuale. Il piacere di bere una tazza di tè caldo, di sentire un cuscino morbido dietro la schiena, il piacere di parlare con un altro essere umano o di fare le cose che amiamo. Il piacere di muoverci, di comunicare, di creare. Quante di queste cose ci danno ancora piacere e quante diverse sfumature di piacere abbiamo dimenticato? 

In un mondo sempre più sterilizzato fisicamente e metaforicamente, in cui le persone sono sempre più chiuse, sempre più isolate e sempre più schematizzate da algoritmi, il piacere sembra avere un ruolo sempre più univoco e sempre più limitato. Il piacere umano va benissimo quando si tratta di venderci un prodotto, o quando i “mi piace” e i cuoricini che mettiamo sulle applicazioni ci inseriscono in precise categorie da cui trarre profitto. Ma tutte le sfumature, tipologie e sensazioni di piacere che richiedono tempo, cura, attenzione o semplice presenza per verificarsi, queste ci vengono tutte vendute come “un lusso che non possiamo permetterci”, “una debolezza”, “una cosa inutile”, “una cosa non prioritaria”. Perseguire nella vita un “senso di viva soddisfazione che deriva dall’appagamento di desideri, fisici o spirituali, o di aspirazioni di vario genere” (Treccani), oppure una condizione che potremmo anche definire “star bene”, non è solo qualcosa di superfluo, è qualcosa di cui bisogna addirittura vergognarsi. 

Non è sempre stato così. Piacere e dolore nascono evolutivamente come sensazioni contrapposte in grado di fornirci una sorta di feedback sulle “cose da fare”, che ci aiutano a mantenere in vita noi e la nostra specie, e le “cose da non fare”, che ci mettono a rischio: se ho sete e bevo la sensazione di piacere mi confermerà che ho fatto una cosa giusta; se metto la mano sul fuoco, la sensazione di dolore mi avviserà che è meglio togliere la mano da lì. La nostra tendenza naturale è quindi a ricercare il piacere e a fuggire il dolore, perché ciò che ci dà piacere ci mantiene in vita, mentre ciò che ci causa dolore potrebbe ucciderci. Nel mondo moderno le cose sarebbero comunque più complicate, ma a complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che per millenni in occidente si è operato un ribaltamento del valore di questi “feedback”, di fatto associando al dolore un significato positivo e al piacere un significato negativo (in estrema sintesi: il dolore conduce alla salvezza e alla vita eterna, il piacere alla dannazione e alla morte). Si è creato quindi un sistema morale che vede il piacere come valore negativo non solo nel caso in cui il suo perseguimento porti un danno all’individuo o alla collettività, ma in assoluto; sistema che di conseguenza si ritiene in diritto di giudicare negativamente chi vede nel piacere un valore positivo o vitale in qualsiasi caso. Da questo ribaltamento deriva la concezione che ricercare il piacere sia sbagliato, infantile, sintomo di pigrizia, di corruzione dell’animo, di debolezza e quant’altro e che le persone che danno valore al piacere debbano essere corrette, educate, compatite, salvate. Queste dinamiche sono attive ancora oggi, con un sistema morale che giudica etnie, generi e fasce d’età in base al loro reale o presunto rapporto con il piacere. Rientrano in questo tipo di dinamiche:

– la discriminazione operata nei confronti di popolazioni o culture considerate “pigre”, “deboli” o “inferiori” perché danno valore a cose piacevoli quali il riposo, l’espressione artistica, la cura di sé, la socialità; 

– l’infantilizzazione del piacere: puoi fare cose piacevoli solo sotto i dieci anni, quando raggiungi “l’età della ragione” non ti è più concesso (e se ti concedi delle pause, degli svaghi, dei giochi o delle coccole, il mondo e la tua coscienza ti guarderanno dall’alto in basso);

– il taboo associato al piacere sessuale, soprattutto femminile;

– l’idea che le cose piacevoli non debbano essere retribuite;

– il diverso valore attribuito alle cose “utili” e a quelle “dilettevoli” (es. “prima il dovere e poi il piacere”).

Nella società moderna, questa idea di piacere come qualcosa di intrinsecamente negativo trae la sua forza anche da un altro concetto: quello di profitto come primo valore di una comunità (nonché come unità di misura del valore della comunità stessa). “Il tempo è denaro”, diceva zio Paperone, e come si può allora investire il proprio tempo in qualcosa di poco nobile e che per di più non crea profitto? Che non è “produttivo”? Nella “knowledge economy” in cui oggi ci troviamo, inoltre, non è più solo il tempo ad essere denaro: anche l’attenzione delle persone, le loro competenze, le loro energie sono denaro. Quindi oggi meno che mai posso investire non solo il mio tempo, ma la mia attenzione e le mie energie in qualcosa che non sia utile e che non crei profitto (a me o ad altri). Purtroppo per noi, per provare piacere l’attenzione è fondamentale, perché dobbiamo poter essere in grado di accorgerci delle informazioni che ci derivano dai nostri sensi. Questo ulteriore sviluppo sembra aver incrementato due particolari tendenze.

La prima tendenza è quella a far rientrare sempre di più quello che è “dilettevole” nella sfera dell’“utile”. Una sua declinazione era già visibile nei tentativi di “predeterminare” i gusti delle persone sulla base del genere o dell’età (semplificando, se sei donna deve piacerti cucinare perché è utile a farti diventare una buona moglie, se sei un uomo devono piacerti gli sport di squadra perché sono utili a renderti forte e virile). In tempi più recenti, il “dilettevole” è stato sempre più assorbito nella sfera lavorativa tout court. Concetti come “fai il lavoro che ti piace” o “trasforma la tua passione nel tuo lavoro” corrispondono, certo, a dei valori sacrosanti, a una maggiore libertà di scelta e a una nuova considerazione delle attitudini degli individui, ma allo stesso tempo trasmettono l’idea che il piacere di fare una cosa non può essere fine a se stesso. Anche il piacere va monetizzato! Il piacere deve essere utile! È inutile che tu faccia corsi di danza se non puoi diventare la prima ballerina della Scala. Devi perlomeno ricavarne delle soft skills utili per il tuo curriculum, oppure pubblicare video di danza sui social e avere tantissimi followers! Si tende inoltre a sorvolare sul fatto che una cosa può piacere tantissimo nel momento in cui viene fatta liberamente e spontaneamente, ma può diventare un calvario se si deve farla per guadagnarsi da vivere. C’è una bella differenza tra sferruzzare un maglione nel tempo libero e stare otto ore alla macchina da cucire. Il piacere che si prova nel fare le cose deriva anche dalla libertà di poterle fare oppure no e svanisce nel momento in cui qualcosa di esterno ci costringe a farle. È come se ogni cosa che facciamo dovesse essere giustificata dalla sua utilità, ma dovessimo essere letteralmente entusiasti di quello che ci dà da vivere: leggo per arricchire le mie conoscenze, faccio sport per le difese immunitarie, dormo per ricaricare le mie energie, parlo con le persone per fare networking, faccio teatro per vincere la timidezza, ma adoro lavorare come rider per JustEat! (E siccome adoro il mio lavoro, mi merito una paga più bassa: in fondo mi piace…)

La seconda tendenza, che forse dipende direttamente dalla prima, è uno scivolamento da una dimensione di piacere attiva a una dimensione di piacere passiva. Come dicevamo all’inizio, il piacere non va bene quando deriva da qualcosa che facciamo magari in privato, ma va alla grande quando ci deriva da un prodotto commerciale. Il marketing si basa sulla stimolazione dei nostri sensi, sulla creazione di desideri e sulla prospettiva del piacere che ci deriverebbe dal soddisfarli. Gli spot sono pieni di ragù che sfrigolano a tutto volume, yogurt che mandano in estasi, profumi che farebbero salire la libido anche ai sassi… Tutto quello che “faccio” tendo a farlo “perché è utile”, non tanto perché mi dà piacere. Invece quello che consumo, lo consumo perché mi dà piacere o perché può procurarmelo. Inoltre, non è il mangiare lo yogurt che mi dà piacere, è quello specifico yogurt che con le sue magiche caratteristiche mi dà piacere (e inoltre contiene polvere di asteroide che cura il meteorismo). Non sono l’azione che compio (il mangiare), l’interazione tra il mio corpo e l’oggetto esterno, il mio pensiero a darmi piacere. È quello specifico oggetto che mi permette di provare queste sensazioni. Il nostro piacere in generale sta subendo un po’ lo stesso stravolgimento di senso che ha subito e continua a subire il piacere femminile: sembra che il piacere non ce lo si possa procurare autonomamente, che non si possa ottenere facendo attivamente qualcosa, che lo si possa esperire solo passivamente, che comunque prima si debba far piacere al resto del mondo e che alla fine non sia poi così importante. In sé il piacere è un atto creativo, dato da un’interazione tra i nostri sensi con qualcos’altro: è questa interazione, più che quello con cui interagiamo, a darci piacere. Allo stesso modo, molte delle attività che una certa mentalità continua a considerare come “lussi superflui” sono piacevoli perché sono attività creative: ballare, cantare, parlare con altre persone, leggere, scrivere, dipingere. In un mondo dove la nostra attenzione è sempre più contesa, sembra che si debba dedicare la propria attenzione esclusivamente a fare delle attività che ci danno profitto oppure ad esperire passivamente cose che danno profitto a qualcun altro (social media e prodotti di vario genere). E anche per queste attività il piacere viene sempre più spesso attribuito non al fare o all’esperire la cosa in sé, ma al fatto di averla fatta: il piacere, spesso, viene attribuito più al “togliere una cosa dalla lista di cose da fare” che al fare effettivamente quella cosa. Si spoglia il piacere della sua natura attiva e creativa e la si sostituisce con una consumistica natura passiva, che invece di renderci la vita più appagante ci toglie sempre di più la capacità di provare puro piacere in quello che facciamo. Ci viene tolto il piacere del fare e ci viene rivenduto il piacere del consumare. Sarebbe bello se provassimo a riappropriarci del diritto di provare piacere per il gusto di provare piacere: potremmo scegliere di fare una piccola attività piacevole e provare a darle la nostra attenzione incondizionata, concentrandoci sul fare quella cosa solo per il piacere di farlo, senza pensare all’utilità che ne deriva. Potrebbero esserci scoperte interessanti.

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