di Elena Ascione con la partecipazione di Silvia Gualtieri e Matilde Cesareo

Quando ci siamo approcciate alla scrittura di questo articolo – tre teste, tre vissuti e tre modi di raccontare storie diversi – ci siamo subito trovate a condividere un’impressione: il concetto di sacrificio è un concetto genderizzato, ossia è un concetto in cui si giocano delle dinamiche di genere non indifferenti. 

Partiamo da una conoscenza di tipo esperienziale: dieci anni, gara di nuoto, io in lacrime perchè non voglio andare, è presto, fa freddo, c’è troppa gente che fa casino sugli spalti. Mio padre mi porta lì in macchina e mi fa scendere davanti all’ingresso della piscina per cominciare ad entrare mentre lui cerca parcheggio. Dal finestrino abbassato mi urla: “Nella vita bisogna tendere all’eccellenza ed è solo e soltanto col sacrificio che si ottiene l’eccellenza! Quindi smettila di piangere e vinci”. Sì, magari ve l’ho abbellita un po’, ma il succo era quello. 

Sacrificio, dal latino sacrificium, formato da sacrum (rito sacro) e ficium che deriva da facere (fare). Compiere un rito sacro, rapportarsi a ciò che è sacro in un atteggiamento di sottomissione. Ma da dove deriva l’associazione del concetto di sacrificio all’elevazione morale, all’eccellenza di cui parlava mio padre quasi vent’anni fa? 

Possiamo provare a pensare all’evoluzione del nostro rapporto con il sacro ragionando sulla morte. La morte, o l’idea della morte, diventa un tabù sociale soltanto con l’avvento della modernità: in epoca classica la morte era celebrata, era un vero e proprio momento di “protagonismo” glorioso come lo definisce Michela Murgia nel suo libro “Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna” (2012). La rivoluzione del cristianesimo è stata equiparare la morte di Gesù Cristo, il suo sacrificio, il suo dolore, ad un’elevazione morale, ci spiega Murgia. Ed ecco che si viene a creare l’associazione logica tra sofferenza, sacrificio e superiorità morale. Eccellenza?

Eppure, semplificando mostruosamente la tesi di Michela Murgia, per quanto pervasiva sia questa visione del sacrificio per un’Italia profondamente plasmata dalla Chiesa, il potersi riconoscere in quel modello di sacrificio nobilitante è una sorta di privilegio riservato agli uomini. Qui devo fare un appunto: è probabile che questo articolo cadrà nel ricalcare quello stretto binarismo di genere che la Chiesa e il Cristianesimo in generale fanno dogma. Perdonate i “donna” e “uomo” e “maschio” e “femmina” vaganti. L’intento è sicuramente quello di criticare il binarismo ma in questa sede sono più interessata a riflettere sulle radici del concetto di sacrificio come lo intendiamo oggi e sulla dinamica di genere che perpetra e per farlo dobbiamo passare per forza da questi termini e da alcuni di questi ragionamenti. Stomachevole nel 2021, lo so. E io che speravo che l’ideologia ggiender avesse finalmente finito di fare il suo eccellente lavoro, abolendo totalmente le categorie di genere. Peccato.

Ma torniamo al sacrificio. 

La tradizione cristiana connette la morte di Gesù, il suo sacrificio, il suo dolore alla sua elevazione morale. Gesù si sacrifica per l’umanità e così facendo ascende al regno dei cieli, un’ascesa a cui corrisponde un’elevazione morale ma anche fisica, un innalzamento iconografico su quella croce che in ogni chiesa cristiana in ogni parte del mondo rivediamo e veneriamo ma nella quale solo una parte dei fedeli si può riconoscere: gli uomini. Quel modello che oso chiamare aspirazionale di sacrificio che nobilita è un modello maschile. 

In questa dimensione di genere del sacrificio, si evidenzia un diverso peso dell’idea di individuo e di persona: l’uomo quando si sacrifica è un individuo, ha nome e cognome, la donna è una funzione. La donna è madre, moglie, sorella, figlia e la solita lista di ruoli femminili definiti dalla relazione che una donna ha nei confronti di un uomo. Laddove il sacrificio maschile è una scelta che nobilita, il sacrificio femminile, se anche viene presentato come una elevazione morale – e personalmente credo non venga affatto presentato in questo modo, quanto più come l’adempimento di un ruolo naturale o naturalizzato della donna – tende all’annullazione del sé. Ad un movimento verso l’alto maschile corrisponde dunque un movimento verso il basso femminile, quasi un ritorno a quel significato originario di sacrificio come sottomissione. 

Le tre teste che hanno co-creato questo articolo condividono, in una maniera difficile da verbalizzare, un istinto di resistenza alla parola sacrificio. Mio padre lo ricondurrebbe ad una questione generazionale; ecco che ritorna l’eccellenza o, in questo caso, la mancanza di essa: la pigrizia, l’infantilizzazione di un’intera generazione di persone (l* famigerat* millennial). “Non sapete più fare sacrifici voi giovani. Non sapete cosa voglia dire lavorare veramente. Avete avuto tutto troppo facile”.

Forse non cambia la volontà di impegnarsi in qualcosa, cambia la scala valoriale (e ricordiamo anche che ereditiamo il mondo dalle generazioni precedenti). Forse cambia l’idea di successo, forse alcune di noi cominciano a pensare che una vita di successo non coincide necessariamente con l’arrivare al primo posto; che l’idea stessa di primo posto è un’idea così profondamente radicata in ideali capitalisti e abilisti; che successo può voler dire lottare per quello in cui si crede cercando di portare un cambiamento, avere una solida rete di relazioni, sentirsi a casa in sè stesse; che il successo e l’eccellenza possano non essere necessari per avere un’esperienza di vita eccezionale. E soprattutto, che la vita è nostra, è una ed esiste anche fuori da quel tabellone alla gara di nuoto.

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