di Matilde Cesareo e Giulia Falconetti

La conquista e il saccheggio

Nel corso del XVIII e XIX secolo, una notevole quantità di oggetti, riportati dal continente africano da parte di commercianti, esploratori, viaggiatori e studiosi di folklore, andò ad arricchire le collezioni dei musei di antropologia, etnologia e storia naturale che iniziarono a pullulare in Europa e negli Stati Uniti. I criteri di esposizione e di catalogazione museale si accordavano alle teorizzazioni antropologiche dominanti all’epoca, come ad esempio il darwinismo sociale, che giustificavano le gerarchie razziali. Di conseguenza, questi manufatti venivano accorpati in classi di elementi affini e mostrati in ordine crescente di  complessità strutturale: erano considerati fonte esclusivamente di curiosità, nulla di più che artefatti materiali di culture ritenute “arcaiche”. Non a caso, ancor prima che nei musei, molte di queste opere erano ospitate all’interno dei curiosities’ cabinets, salotti  privati di ricche  famiglie, che accoglievano bigiotteria e oggetti eccentrici acquisiti durante i viaggi. Successivamente, con l’avvento del XX secolo, si verificò un significativo cambio di passo nella ricezione dell’arte africana, così come di tutta la produzione extraoccidentale, che determinò un cambiamento nei presupposti e negli atteggiamenti su ciò che costituiva un’opera d’arte. Pezzi, in precedenza svalutati e denigrati, fecero per la prima volta il loro ingresso all’interno di gallerie e musei artistici venendo progressivamente inglobati nella sistema estetico occidentale. Spesso, in simili contesti espositivi, a predominare era proprio il criterio estetico, ossia l’esaltazione del valore artistico delle opere secondo il gusto occidentale, che tuttavia metteva in ombra l’origine geografica precisa, la funzione sociale iniziale e le identità degli artisti delle stesse. 

Questa operazione di “decontestualizzazione” non poté che contribuire ad un generale appiattimento delle specificità di ciascun manufatto e ad un’ulteriore soppressione dei legami con i contesti di fioritura nativi.Questo è per esempio testimoniato dal fatto che si parlasse di “arte africana” o “arte orientale” per definire qualsiasi tipo di arte non occidentale, a prescindere dalla cultura specifica a cui questa apparteneva (attitudine che molt* storic* dell’arte hanno ancora oggi).

“Good artists copy, great artists steal”

L’ammirazione crescente verso le opere d’arte di origine africana e le prime mostre dedicate fanno sì che gli artisti occidentali comincino a guardare a quella estetica così diversa da quella a cui erano abituati pensando a come incorporarla nella loro arte. Nello specifico, un artista che fa di queste influenze una bandiera di appartenenza è Picasso – la cua citazione dà il titolo a questo paragrafo -, che afferma di trovare l’arte africana bellissima e di volerla utilizzare integrandola nei suoi dipinti, dicendo però anche di non voler prendere in considerazione il loro valore sacro, ritualistico e culturale, bensì solo quello estetico. Picasso incontra l’arte africana durante una visita al Museo Etnografico del Trocadero a Parigi nel 1907, in cui una delle prime mostre con gli oggetti portati indebitamente in Europa faceva scalpore in città. 

L’ispirazione alle maschere africane è evidente nella produzione di Picasso e nella teorizzazione stessa del Cubismo di cui lui è portavoce. L’opera emblematica da questo punto di vista è Les Demoiselles d’Avignon: i particolari geometrici, la semplificazione delle figure, la posizione dei corpi e la spigolosità dei tratti sono tutti elementi che riconducono all’iconografia africana. Il cubismo stesso si fonda proprio sulla riduzione delle forme reali alla loro essenza geometrica più basilare, e questa idea è proprio data dall’influenza delle opere d’arte africane. Un esempio è l’opera di un* artista Mbete identificata oggi come Standing male figure (XIX secolo). 

Pablo Picasso, Les Demoiselles D’Avignon, 1917
Standing Male Figure, Mbete artist, XIX secolo, courtesy of the Met Museum

Dovrebbe essere inutile specificare, ma lo facciamo lo stesso, che le opere africane non erano stilizzate perchè le persone africane non erano in grado di scolpire rappresentazioni naturalistiche della realtà. La volontà di unire la figuratività con la funzionalità dell’oggetto creato faceva sì che spesso si scegliesse molto consapevolmente forme più geometriche e astratte che realistiche. Per esempio, alcune statue servivano a “contenere” gli spiriti degli antenati, o a rappresentare una persona defunta sul luogo di sepoltura.

Molte delle correnti artistiche dell’inizio del Novecento adottano le peculiarità estetiche dell’arte africana anche con l’obiettivo di andare oltre la naturalità realistica delle forme, come per esempio l’Espressionismo tedesco, il Post Impressionismo, il Fauvismo o appunto il Cubismo. Ai tempi però (e molte persone lo fanno ancora adesso, basti pensare alla mostra del museo Quai-Branly di Parigi intitolata Picasso Primitif del 2017) le correnti che incorporavano questi tratti geometrici e duri erano chiamate anche Primitivismo o Orientalismo, ispirate a loro volta da quella che veniva chiamata Art Nègre, Arte Primitiva, Arte Africana o Orientale indiscriminatamente.

Tra gli artisti più prominenti, oltre a Picasso, spicca in modo evidente Amedeo Modigliani. Artista italiano, nato a Livorno da madre francese, Modigliani si trasferisce presto a Parigi per praticare la sua arte circondato dalle avanguardie che erano per lui di così grande ispirazione. A Parigi incontra però anche la discriminazione razziale: di discendenza ebraica, a Livorno non aveva avuto nessuna esperienza di ghettizzazione o discriminazione. Sempre a Parigi, anche lui al Museo Etnografico del Trocadero, scopre l’arte africana e il suo stile diventa quello che siamo abituat* a riconoscere: colli allungati, occhi ovali, visi appiattiti. 

Amedeo Modigliani, Nudo disteso, 1919

Di lui il curatore Mason Klein (organizzatore della mostra Modigliani Unmasked al Museo Ebraico di New York nel 2017) dice “He wasn’t seeing difference as much as parity. It’s more of a gentle hybrid of different ethnic and cultural sources than the fantasy of savage otherness that Picasso conjured in Les Demoiselles d’Avignon (1907). He wasn’t interested in exploiting the myth of the hypersexualized woman the way that Picasso did.” (Non vedeva la differenza tanto quanto la parità. è più un ibrido delicato di diverse provenienze etniche e culturali rispetto alla fantasia di “un altro” selvaggio che Picasso ha espresso in Les Demoiselles d’Avignon (1907). Non era interessato nello sfruttamento del mito della donna ipersessualizzata nel modo in cui invece l’ha fatto Picasso).

Modigliani era problematico per tanti motivi, ma certamente dei dettagli del modo in cui ha preso ispirazione dalle opere africane lo assolvono in parte dall’appropriazione di cui si sono macchiati tanti altri contemporanei.

Appropriazione culturale: così odiata, così importante

Ogni volta che si parla di appropriazione culturale ci sono gli appassionati dell’assolutismo che tirano fuori la contaminazione inevitabile e benefica delle culture, come se condannare l’appropriazione culturale impedisse lo scambio salutare di tradizioni e costumi. 

Facciamo un po’ di chiarezza: lo scambio e la contaminazione culturale sono effetti naturali della comunicazione tra popoli, nella storia ne abbiamo esempi innumerevoli. L’appropriazione culturale invece si riferisce a contesti in cui è una cultura dominante che “ruba” abitudini e peculiarità di un popolo oppresso facendole sue, ignorandone gli aspetti spesso sacri e spirituali. Un esempio è il classico copricapo piumato dei nativi americani, usato come costume da carnevale: il fatto di prendersi gioco di un costume tradizionale e sacro indigeno trasformandolo in un travestimento di cui ridere è chiaramente appropriazione culturale. Ovviamente nel corso della storia gran parte delle contaminazioni che oggi permeano la nostra cultura è avvenuta a seguito di conquiste di territori da parte di popoli più forti, ma l’appropriazione culturale è da contestualizzare alla modernità in cui la sensibilità necessaria per comprenderne le dinamiche è decisamente stata sviluppata. Non è sempre facile delineare il confine tra appropriazione culturale e contaminazione, ogni caso va valutato singolarmente: questo rende il concetto di difficile assimilazione e non universalizzabile, dando adito purtroppo allo scherno dei tanti detrattori.

L’operazione che fa Picasso, però, è senza alcun dubbio definibile oggi come appropriazione culturale. Se un artista facesse la stessa cosa nel 2021, se collezionasse oggetti etnici rubati alle colonie, dipingesse opere chiaramente ispirate ad essi esplicitamente dichiarando di ignorarne il valore storico, sacro, ritualistico e culturale, non sarebbe accettabile. Picasso non dipingeva 400 anni fa, è morto meno di 50 anni fa. Se anche bisogna contestualizzare le sue opere al suo tempo, è anche vero che con gli occhi di oggi ci si possono fare considerazioni sopra.

Puoi gentilmente restituirmelo? Mmmm… no.

Oggi, molti paesi non occidentali stanno conducendo campagne di restituzione delle opere che sono state loro sottratte durante la colonizzazione ai musei europei e statunitensi, campagne che però questi ultimi si rifiutano categoricamente di ascoltare. Come dar loro torto? Le opere non occidentali sono ancora oggi un’enorme fonte di guadagno. 

Ma è giusto che le opere ormai nelle mani dell’Occidente vengano restituite? 

Facciamo un passo indietro. Ad oggi, se un museo, facendo delle ricerche su un’opera in suo possesso, scopre che c’è un buco nella storia della proprietà della stessa, magari approfondisce le ricerche, cerca di risalire a cosa è accaduto a quell’opera durante quel buco, ne riconferma l’autenticità attraverso l’esame attento di esperti, poi se ne fa una ragione. Questo è tutto normale, a meno che il buco non riguardi il periodo dal 1930 al 1945. Strano, vero? Il motivo è che se il buco è in quegli anni, è probabile che l’opera sia stata rubata dai Nazisti a qualche famiglia ebrea benestante. Se c’è anche il minimo dubbio di una provenienza illecita di questo tipo, l’opera non l’acquista nessuno perché c’è sempre la possibilità che il proprietario originale si faccia vivo per averla indietro. Se l’opera ha un buco di provenienza di questo tipo, il museo fa di tutto, di tutto, per rintracciare i proprietari di diritto dell’opera e restituirgliela, perché altrimenti non ha valore commerciale.
Perché la stessa cosa non accade per le opere rubate durante la colonizzazione? Si usano due pesi e due misure, e questo non è etico.

Ci sono stati anche dei tentativi di “decolonizzare” musei etnici in Europa, come per esempio il Royal Museum of Central Africa a Tervuren, Belgio: con un intervento da 84 milioni di dollari, il museo ha cercato di prendere consapevolezza criticamente degli aspetti colonialisti che sono radicati addirittura nell’edificio che lo ospita, senza molto successo. Il direttore (ancora un uomo bianco) ha chiamato artisti congolesi a intervenire con opere site-specific sul museo, senza però menzionare restituzioni. 

Oltre ad esserci il pretesto che in Africa le opere andrebbero perse o rubate e che l’Europa le salvaguarda, lo storico dell’arte francese Didier Rykner ha affermato addirittura che prima che gli europei arrivassero con il loro sguardo colonizzatore l’arte africana non era nemmeno arte e che siamo stati noi a renderla tale.

Non credo servano altre parole. 

BIBLIOGRAFIA

Artsy Editors, What’s behind Modigliani’s Trademark Portrait Style?, Artsy, 2017
https://www.artsy.net/article/artsy-editorial-modiglianis-trademark-portrait-style 

Brown K., With a $84 Million Makeover, Belgium’s Africa Museum Is Trying to Appease Critics of the Country’s Colonial Crimes, ArtNet, 2018
https://news.artnet.com/art-world/africa-museum-restoration-1408924

Cascone S., ‘It Still Belongs to Africa’: Trevor Noah of ‘The Daily Show’ Says Colonial-Era Art Should be Returned—With Interest, ArtNet, 2018
https://news.artnet.com/art-world/daily-show-restitution-african-art-1423081 

Fabietti U., Elementi di antropologia culturale, Mondadori Università, 2015

Klemm P., “The Reception of African Art in the West”, Smarthistory, 2016,
https://smarthistory.org/the-reception-of-african-art-in-the-west/ 

Murrell D.,  “African Influences in Modern Art.” In Heilbrunn Timeline of Art History. New York: The Metropolitan Museum of Art, 2000
https://www.metmuseum.org/toah/hd/aima/hd_aima.htm 

Przybylek S., “The Global Influence of African Art.” Study.com, 2016
https://study.com/academy/lesson/the-global-influence-of-african-art.html 

Young J. O., Cultural Appropriation and the Arts, John Wiley & Sons, 2010
https://books.google.it/books?id=oxyOsvs4Zw0C&dq=&redir_esc=y

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