di Silvia Gualtieri

Per tutta la vita, ho sempre avuto dubbi sulle cose che facevo. Mi chiedevo costantemente se quello che stavo facendo fosse la cosa giusta da fare… se non avrei per caso dovuto fare quell’altra cosa o quell’altra ancora. Inizio a lavorare a un progetto… ma sono abbastanza qualificata per farlo? Forse prima dovrei fare un altro corso su questa cosa. Ho scelto questa facoltà universitaria, ma è la scelta giusta? Non avrei forse dovuto fare quell’altra? E avanti così, per ogni scelta e per ogni situazione. 

Credo che buona parte di questo comportamento mi derivi da fattori socio-culturali. Ammettiamolo, fare “la scelta giusta” è praticamente impossibile, perché “o fai figli, o lavori”, ma se fai solo una delle due cose – o anche entrambe, o anche nessuna – ci sarà sempre gente pronta a mangiarti viva. E il mio povero inconscio allo sbando traduce questa cosa cercando disperatamente un modo per fare risolutivamente la cosa giusta al momento giusto. Perché è quello che fai (e quello che ricavi dal tuo fare) a definire il tuo valore come persona. Giusto?

Ci sono varie scale secondo cui attribuiamo valore a noi stessi e a quello che ci circonda. Nel mondo attuale, il metodo universale per attribuire e misurare il valore di oggetti o persone è espresso in termini monetari. Se vuoi capire quanto vale il tuo tempo, pensa a quanto saresti disposto a spendere per ricomprare un’ora della tua vita. Se vuoi capire quali sono le persone più importanti di una società, guarda quanto guadagnano o a quanto ammonta il loro patrimonio (ormai te lo dicono anche le anteprime di Wikipedia). Il denaro non è solo una misura della qualità di una prestazione lavorativa, ma diventa il mezzo con cui si misura anche il valore delle persone. Quando andiamo a scuola, anche i voti dovrebbero dare una misura della qualità della nostra prestazione, ma in realtà vengono percepiti da molt di noi come una misura della nostra abilità e delle nostre capacità in generale, fino a diventare misura del nostro valore come individui. Da quello che faccio, dalla qualità di quello che faccio e dal riscontro che ottengo per quello che faccio mi deriva la percezione del mio valore intrinseco come persona (e di conseguenza del valore intrinseco che io attribuisco alle altre persone).

Anche altri fattori, come il genere, l’etnia, lo status sociale si portano dietro delle “idee di valore” secondo cui molte persone continuano a leggere il mondo e gli individui come suddivisi in categorie “migliori” e “peggiori”. In quest’ottica, il valore di una persona viene determinato non solo da quello che la persona fa, ma da quello che una persona è a priori, o dall’intreccio di queste due cose: “la categoria a cui appartieni vale intrinsecamente di meno, ma tu puoi valere più di altre persone nella tua categoria perché ti comporti coerentemente con quelli che per me sono i valori che devono guidare il comportamento di chi appartiene alla tua categoria”. Vedi alla voce: se sei un maschio devi lavorare e produrre, se sei una donna devi sposarti e riprodurre. Oltretutto, un bel controsenso, se consideriamo che la produttività lavorativa è spesso associata alla produzione di oggetti e beni di consumo replicabili, mentre la “ri-produttività” è creazione di un individuo unico e irripetibile.

È forse il concetto di unico e irripetibile che dovrebbe guidare l’attribuzione del valore. È una cosa che facciamo anche spontaneamente: le persone che ci sono care hanno molto valore per noi perché ci sono vicine, ma anche perché conoscendole siamo in grado di apprezzarne l’unicità e le varie sfaccettature che le rendono irripetibili e inimitabili. Il concetto di dare valore applicato a una persona (o a un essere vivente) non sta in piedi. Non c’è bisogno di ricevere dall’esterno quello che si ha già. Credo che il valore di ciò che vive non possa essere dato né tolto, ma solo riconosciuto e difeso. Forse sono un’ingenua, ma mi piacerebbe vedere questo, nelle anteprime di Wikipedia.

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