di Matilde Cesareo

Il canone esiste in tutte le discipline, in particolare quelle artistiche o letterarie, e comprende tuttu lu artistu o le opere che sono considerate fondamentali per la costruzione della nostra storia collettiva in quanto esseri umani. Il canone viene definito come l’insieme delle opere a cui si riconosce un valore intrinseco che non dipende dallo spazio e dal tempo. Alcune persone, tuttavia, ritengono che esista più di un canone e che si debba quindi parlare di “canoni” al plurale, sostenendo che anche la definizione di canone dipenda da chi la formula. 

Comunque la si voglia pensare, è vero che per noi occidentali il canone artistico è ben preciso, più o meno ampio a seconda di quanto chi ci si approccia conosca la disciplina in questione. Per esempio, saremo tuttu d’accordo nel dire che Leonardo Da Vinci fa parte del nostro canone di riferimento. O Giotto. Poi ci sarà chi dirà che anche Cimabue faccia parte del nostro canone e chi lo conosce sarà d’accordo.

Ma il nostro canone ha un problema gigantesco: è bianco, troppo bianco. Ma non è solo bianco, riguarda tutta una serie di persone che fanno parte della stessa categoria con mille privilegi: artisti maschi bianchi eterosessuali cisgender, abili e ricchi. Ovviamente esistono alcune eccezioni: se penso agli artisti con disabilità mi viene in mente Henri de Toulouse-Loutrec per esempio, affetto da picnodisostosi (una deformazione ossea congenita nel suo caso dovuta al fatto che i suoi genitori erano consaguinei); se penso ad artisti neri mi viene in mente solo Jean-Michel Basquiat, street artist statunitense di origini portoricane e haitiane. 

Questa limitatezza del canone è un serio problema per tutte le altre persone che per secoli non hanno avuto l’opportunità o la credibilità per entrare nel mondo dell’arte (il ragionamento era: non ci sono persone nere artiste, evidentemente è perchè le persone nere non hanno la capacità di fare arte: tu, persona nera, vuoi fare l’artista? Non sei credibile).

Il fatto che ancora oggi i principali riferimenti artistici-letterari (sia in termini di autorato sia per i corpi rappresentati) siano così poco diversificati fa sì che molte persone si sentano di non appartenere a uno standard degno di essere raccontato o che non si sentano di poter accedere a spazi creativi finora a loro preclusi.

Lu artistu che fanno la rivoluzione

Per sfidare il canone, ancora oggi così bianco, diversu artistu neru hanno affrontato di petto la questione prendendo opere del canone e riproponendole con un’estetica diversa e personale. 

Un esempio di questa tendenza è rappresentato da Mickalene Thomas (un’artista di cui abbiamo già parlato in questa occasione) e la sua opera dal titolo Le déjeuner sur l’herbe: Les Trois Femmes Noires (2010), riprodotta con diversi media, dal collage alla fotografia alla pittura. Sia dal titolo che dalla composizione dell’opera è chiaro che si ispira a Le déjeuner sur l’herbe di Manet (1863), celebre opera del realismo francese. L’opera originale aveva fatto scandalo a suo tempo per la rappresentazione di un nudo femminile non giustificato da nessun motivo mitologico o religioso: la scena contemplava semplicemente una donna parigina (probabilmente una sex worker) e questo era inaccettabile. Ci sono così tanti livelli di sessismo in quest’opera che è difficile elencarli tutti (dal fatto che un nudo femminile faccia scandalo solo perché non motivato, al fatto che nel dipinto la donna sia nuda ma gli uomini elegantemente vestiti, senza contare che il pittore era come sempre un uomo ricco e bianco a dipingere una donna bianca nuda, ma si potrebbe andare avanti). 

Edouard Manet, Le déjouner sur l’herbe, 1863
Mickalene Thomas, Le déjeuner sur l’herbe: Les Trois Femmes Noires (2010)

Mickalene Thomas ricrea la scena dipinta da Manet nell’Ottocento, ma rende protagoniste tre donne nere, tutte e tre elegantemente vestite e dalle corporature diverse, riproposte esattamente nella stessa posa dei personaggi francesi. Tutte e tre guardano fieramente chi osserva l’opera, quasi a dire “Ci vedi, adesso?” 

Oltre a chi, come Mickalene Thomas, riproduce fedelmente opere del canone inserendo corpi neri al posto di quelli originali e magari cambiando medium, c’è anche chi prende spunto da elementi del canone per veicolare messaggi diversi. Un esempio è l’opera The strange fruit di Alison Saar. 

La scultura riprende la classica posa femminile della Nascita di Venere di Botticelli (1485-86) invertendola e dandole un significato sinistro: la donna è appesa per i piedi, rendendo all’osservatoru un’immagine ben lontana da quella sensuale e leggiadra di Venere. 

Il titolo si riferisce a una poesia musicata scritta da Abel Meeropol e resa celebre da Billie Holiday nel 1939. La canzone era un’opera di denuncia dei linciaggi che avvenivano negli Stati Uniti nei confronti delle persone afrodiscendenti e paragona i corpi ritrovati appesi agli alberi a “strani frutti”.

Alison Saar, The strange fruit, 2018

(EN)
«Southern trees bear a strange fruit,
blood on the leaves and blood at the root,
black body swinging in the Southern breeze,
strange fruit hanging from the poplar trees.

(IT)
«Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue sulle radici,
un corpo nero dondola nella brezza del sud,
strano frutto appeso agli alberi di pioppo.»

Dalla canzone originale di Abel Meeropol, 1939

Il senso dell’opera di Saar diventa ancora più forte e violento di quanto si potesse immaginare solo guardandola, e colpisce con una forza inaudita chi la osserva, grazie al suo significato letterale. Il corpo canonico è quindi ribaltato per fare spazio a corpi martoriati e resi oggetto delle più terribili sevizie.

Kerry James Marshall, Portrait of Nat Turner with the Head of His Master (2011)

Un altro esempio di come si può reinterpretare il canone è rappresentato dall’artista che oggi è forse il più famoso nel campo di questa ricerca artistica: Kerry james Marshall (anche di lui abbiamo parlato in passato). Il suo metodo è ancora diverso: l’artista non copia opere specifiche per modificarle, ma si rifà allo stile dei maestri dell’arte moderna per inserire corpi neri nelle correnti artistiche esistenti. Un’opera che rappresenta in modo efficace questa idea è Portrait of Nat Turner with the Head of His Master (2011) in cui Marshall ritrae il leader di una violenta ribellione di alcuni schiavi in Virginia nel 1831. L’ispirazione per questo dipinto risiedono nelle famosissime opere di due artisti celebrati da tutto il mondo: Donatello e Caravaggio. Nelle opere originarie – rispettivamente Davide (1440) e Davide con la testa di Golia (1610) – era narrata la vicenda biblica della sconfitta del gigante Golia ad opera dell’eroe Davide, guidato da Dio. Nonostante Turner sia poi stato condannato a morte dalla giustizia statunitense, Marshall ribalta l’immaginario dandogli valore di eroe e non di carnefice, tramite l’assimilazione con Davide. 

Ne vogliamo di più!

Che lu artistu nero o di colore continuino a portare avanti questa pratica artistica di reinterpretazione è fondamentale per aumentare la rappresentazione e dimostrare che non può esistere nel 2021 un canone solo bianco. Riappropriarsi della validità dei propri corpi è importante, nei media di comunicazione, nell’arte e nella letteratura: alle nuove generazioni servono modelli in cui riconoscersi davvero. Proprio perché la rappresentazione non passa solo dal cinema o dalle serie tv, è importantissimo che si ridefiniscano gli schemi di cui siamo abituatu a fruire giornalmente, che questi appartengano alla pubblicità, alla televisione, o a qualsiasi altro outlet creativo. 

Il fatto però che lu artistu debbano inserirsi in un canone bianco già esistente per rimarcare la propria validità è una delle soluzioni possibili o costituisce in sé un problema? L’esistere all’interno di schemi costruiti da artisti bianchi per un pubblico bianco è una forzatura assimilatoria? Lu artistu contemporaneu si stanno interrogando sulle diverse pratiche artistiche e metaartistiche che costituiscono una critica efficace al sistema fondamentalmente razzista in cui la nostra società è inserita. La decostruzione artistica del canone è uno degli elementi che costituiscono questa critica, un grido di appartenenza e allo stesso tempo una dichiarazione di invalidità del canone per come è stato costruito finora.

Per creare davvero cambiamento probabilmente non basta fermarsi a questo: va creato un nuovo sistema valoriale per cui il canone non esiste più. Ma il punto di partenza è la rottura violenta metaartistica di cui questu artistu si fanno portatoru, ed è importante che la visibilità e l’attenzione siano puntate su di loro. 

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