di Matilde Cesareo e Giulia Falconetti

A partire dall’acquisizione dell’indipendenza dai domini coloniali, le nazioni africane sono passate in automatico ad una diversa e più subdola forma di assoggettamento: gli aiuti. 

Con l’espressione “white saviorism”, traducibile con “complesso del salvatore bianco”, ci si riferisce proprio a quell’insieme di atteggiamenti messi in atto dalle persone bianche che intendono fornire assistenza a persone nere, recandosi di solito in zone particolarmente indigenti del continente. È doveroso premettere che, il più delle volte, nel volontariato internazionale e nella cooperazione allo sviluppo da parte delle associazioni umanitarie non c’è nulla di male, anzi. Tuttavia, dietro le pratiche che alimentano il white saviorism si nascondono invece delle motivazioni spesso egoistiche, indotte da un desiderio intimo di esibizione e di autocompiacimento, piuttosto che da una concreta volontà di utilizzare i propri privilegi e le proprie competenze.

A questa tendenza si è dato il nome di “volonturismo”, una crasi fra volontariato e turismo. I selfie postati sui social, che ritraggono persone bianche sorridenti attorniate da bambini e bambine di qualche nazione africana (di cui si viola costantemente la riservatezza non oscurandone i volti), sono un esempio lampante di questa degenerazione. Mentre le persone nere vengono così ridotte a mere figure secondarie della scena, la “bontà” del salvatore o della salvatrice di turno si impone come vera protagonista della narrazione. Inoltre, anche se comportamenti simili non sempre vengono attuati con piena consapevolezza critica, rimangono indicativi di come si continui a percepire l’Africa come un continente “altro”, in cui perfino le più elementari regole del buon senso sembrano sospese. In patria, di solito, una corretta stima delle capacità personali, ci spingono ad autovalutarci prima di ritenere di essere in grado di poter aiutare delle persone in difficoltà. In Africa, al contrario, si pensa che sia sufficiente la sola motivazione individuale, sganciata dalla professionalità e dalla conoscenza degli specifici contesti socio-culturali. 

A questo proposito, il white saviorism è in diretto collegamento con la storia e il pensiero coloniale perché si presenta come moderna trasposizione paternalista di quel compito “civilizzazionale” verso le popolazioni nere che le potenze europee si  sono attribuite per secoli. Lo stesso meccanismo si vede anche in alcuni contesti artistici, specialmente ad alti livelli. 

Vanessa Beecroft e la Madonna Bianca

Molte organizzazioni umanitarie svolgono in Africa operazioni di sostegno ed educazione che coinvolgono attività artistiche. Sono certa che molte hanno un’etica ottima e che non ci sarebbe niente da dire, ma come in tutti gli altri campi a volte ci sono risvolti quantomeno discutibili. 
In questo caso però ci concentriamo su artist* not* e venerat* nel mondo dell’arte di lusso, quello che fa girare più soldi tutti insieme di quanti possiate immaginare. 

L’artista che più emblematicamente ha rappresentato il white saviorism nell’arte è Vanessa Beecroft. Inspiegabilmente ancora famosissima e apprezzatissima, Beecroft è un’artista italo-americana attiva dal 1994 fino a oggi. Le sue opere consistono principalmente in performance in cui l’artista raduna in una stanza un gran numero di modelle nude o quasi, facendole stare in piedi una accanto all’altra per ore, ma ultimamente il tema della discriminazione razziale è entrato nella sua produzione fino ad essere quasi onnipresente. 

Vanessa Beecroft, VB35, 1998

Nonostante le riflessioni e i prodotti artistici di Beecroft sull’oppressione di genere e la rappresentazione dei corpi femminili siano già discutibili (ma questo meriterebbe un articolo a parte), è dall’inserimento del tema dei corpi neri che l’artista è andata proprio fuori strada. Sono sinceramente sorpresa del fatto che non se ne parli di più (la pagina italiana di Wikipedia dedicata all’artista non menziona nessuna controversia, quella inglese un paragrafetto) ma consiglio la visione del documentario The Art Star and The Sudanese Twins, diretto da Pietra Brettkelly nel 2008 (su Vimeo o Amazon Prime Video). 

Vanessa Beecroft, White Madonna With Twins, 2006

Oltre alle affermazioni fuori luogo tipo “I have divided my personality. There is Vanessa Beecroft as a European white female, and then there is Vanessa Beecroft as Kanye, an African-American male” (Ho diviso la mia personalità. C’è Vanessa Beecroft come una donna bianca europea e poi c’è Vanessa Beecroft come Kanye, un uomo afroamericano), la produzione artistica di Beecroft è controversa per molte ragioni. L’opera che più di tutte dimostra la cecità di Beecroft davanti a questioni come quelle razziali è White Madonna with Twins (2006). L’antefatto di questa fotografia è il seguente: l’artista era in viaggio in Africa, in Sudan, con l’obiettivo di fare “ricerca artistica” e volontariato. Lei racconta di essere andata poco dopo aver partorito uno dei suoi figli, e che una volta arrivata in Sudan aveva dolore al seno per una mastite dovuta all’accumulazione di latte materno. Per risolvere la cosa, si rivolse al vescovo della cittadina in cui era, chiedendo se c’erano bambini che avevano bisogno di essere allattati, venendo in seguito portata da due gemelli e una bambina. L’immagine di lei che allattava i due gemelli le è rimasta impressa e l’artista ha sentito “il bisogno” di farne qualcosa di artistico. Ora abbiamo delle fotografie e delle riprese. La sua attività in Sudan è stata poi interrotta da militari sudanesi che temevano che potesse essere una minaccia per il paese, già instabile politicamente. Se non fosse stata interrotta, magari adesso avremmo quattordici performance, due film e venti mostre, quindi forse è meglio così. Una volta create le immagini, l’artista si è sentita “una madre” per i due bambini, e ha cercato di adottarli senza risultato. 

L’opera è problematica sotto molti punti di vista, primo fra tutti che ai due bambini, ai loro genitori o alle persone che ne facevano le veci, difficilmente è stato chiesto un consenso informato sulla diffusione delle immagini, tantomeno è stato loro data una percentuale dei ricavi dati dalla vendita dell’opera. Inoltre, come si fa a pensare di incontrare due bambini durante un viaggio in Africa e di portarseli a casa come due souvenir? 

L’immagine che ne è derivata è stata pensata dall’artista proprio per mettere in risalto il contrasto cromatico tra i due bambini e l’artista in centro, bianca con il suo abito bianco. Il fatto che nel titolo ci sia un riferimento esplicito alla Madonna occidentale, e quindi all’aspetto protettivo, amorevole, salvifico della madre di tutti i credenti, pone l’artista in un ruolo di benevolenza assoluta e di buon cuore che stona con l’interesse personale e la mancanza di empatia e di coscienza di Beecroft.

Il white saviorism in questo contesto è dato sia dall’opera in sè, sia dal processo e per ottenerla e dalle vicende ad essa connesse. 

Dal white saviorism alla strumentalizzazione culturale

Se consideriamo il white saviorism come una pratica usata dalle persone bianche per aiutare le persone nere ma averne un ritorno personale, in campo artistico possiamo allargarne la definizione per includere tutte quelle pratiche promosse da artist* bianch* apparentemente a sostegno della comunità nera, ma che poi in realtà portano un ricavo in termini economici e di visibilità all* artist* stess*. 

In molti casi sarebbe più accurato parlare di strumentalizzazione culturale che di white saviorism, termine che si applica tradizionalmente più a contesti di volontariato e di operazioni umanitarie in Africa e in altri paesi in difficoltà economica, ma il discorso è simile e pertinente con il contesto artistico.

Ritornando a Vanessa Beecroft e alle sue opere problematiche, è degna di nota (per le caratteristiche razziste, non per il pregio artistico) VB61 Darfur Still Death! Still Deaf?, una performance del 2007. Nella performance Beecroft usa delle modelle nere (ma dipinte di nero per farle sembrare ancora più nere) quasi nude e sdraiate a terra su una tela con schizzi di pittura rossa. L’immagine vuole riprendere il massacro della guerra in Darfur, in Sudan, ma con una violenza molto esplicita. Ovviamente non c’è scritto da nessuna parte che una parte dei profitti sia stato devoluto ad associazioni che si occupano di aiutare le vittime. La performance iniziale era stata attuata sul Ponte di Rialto a Venezia in concomitanza con l’inaugurazione della Biennale del 2007, quindi accessibile a chiunque passasse nel centro della città in un momento in cui era estremamente popolata.

Vanessa Beecroft, VB61: Darfur Still Death! Still Deaf?, 2007
Hermann Nitsch, Action 68, 1982

Con l’intento esplicito di sensibilizzare su una tematica così importante veniva nascosto l’intento di spettacolarizzare sui corpi neri vittime di inaudite violenze e guadagnarci sopra. 
Inoltre, Beecroft si è ispirata all’Azionismo Viennese per la creazione di quest’opera, una corrente artistica in cui gli artisti mettevano in atto performance con sacrifici animali e sangue dappertutto, con l’intento di tornare a una dimensione animalesca e ritualistica dell’umano. Il paragone tra i corpi neri a terra e un animale macellato è a questo punto non più ignorabile. 

Il problema della spettacolarizzazione di eventi violenti nei confronti di una minoranza è qual è il target: se il target è la maggioranza insensibile con tutta probabilità questa non cambierà opinione dopo aver visto una scena simile; se l’intento è parlare alle persone che fanno parte della minoranza in questione, di certo non c’è bisogno di ricordare loro cosa succede alla loro comunità ogni giorno. 

Allo stesso modo, Kenneth Goldsmith, performance artist americano bianco, nel 2015 leggeva sul palcoscenico l’autopsia di Micheal Brown, ragazzino nero ucciso dalla polizia poco prima, alterandone solo l’ordine per finire con il pene del ragazzo. Un uomo bianco, su un palcoscenico, che recita l’autopsia di un ragazzo nero ucciso per violenza razziale. Allo stesso modo, non è menzionata da nessuna parte l’intenzione dell’artista a contribuire alla causa in modo concreto. 

Di artist* bianch* che hanno usato così questioni politicamente e individualmente dolorose per la comunità nera purtroppo ce ne sono molt*, e non è mia intenzione dare loro ulteriore visibilità. 

Vorrei però mostrare un esempio virtuoso di un’artista nera che ha trattato il tema della schiavitù in modo molto delicato anche se esplicito: Kara Walker, con The Means to an End… Shadow Drama in Five Acts. L’opera consiste in cinque pannelli in acquaforte con delle silhouette che rappresentano una madre nera incinta che cerca di salvare la figlia dal padrone schiavista, senza successo. L’opera è chiara e didascalica, la storia è quella che si vede, ma le silhouette la rendono quasi elegante, senza che sia un colpo allo stomaco di violenza raccapricciante. L’artista è nera, sa di cosa sta parlando, la sua comunità ne subisce ancora gli effetti in modo devastante. Eppure, la sua opera è stata tolta da una mostra al Detroit Institute of Arts perchè il panel del museo “Gli Amici dell’Arte Africana e Afroamericana” l’avevano giudicata troppo esplicita e dai sottotesti razzisti. 

Forse è il caso di chiederci chi scegliamo di rappresentare.

Kara Walker, The Means to an End… Shadow Drama in Five Acts, 1995

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