di Matilde Cesareo e Giulia Falconetti

Il blackface: di cosa stiamo parlando?

Non c’è accordo nell’individuare un momento specifico in cui sarebbe nato il blackface, ma i suoi sviluppi affondano le radici in secoli di storia.
Secondo l’autore e giornalista statunitense John Strausbaugh, il blackface si iscriverebbe in quella tradizione basata sull’esibizione della blackness per il divertimento di un pubblico bianco che risalirebbe come minimo al 1441, quando in Portogallo vennero esposti in mostra alcuni prigionieri neri provenienti dall’Africa occidentale.
In Inghilterra, durante l’età elisabettiana che va dal 1558 al 1625, era abitudine diffusa per i bianchi interpretare i personaggi neri nelle produzioni teatrali. L’Otello di Shakespeare è una tra gli esempi più emblematici a tal proposito. 

A cavallo tra il XVIII e il XIX, la pratica del blackface, come strumento di rappresentazione teatrale, prese piede negli Stati Uniti con l’esportazione del genere da parte degli attori bianchi emigrati dall’Europa. In particolare, fu l’attore comico Thomas D. Rice, che recitò per tutti gli Stati Uniti con lo pseudonimo di “Daddy Jim Crow”, a dare diffusa notorietà al blackface. Il nome Jim Crow si sarebbe poi associato proprio a quell’insieme di leggi federali e statali che dal XIX secolo legalizzarono la segregazione razziale, relegando la comunità nera al livello più infimo dell’ordinamento sociale. 

Nella prima metà del XIX secolo, la recitazione blackface iniziò ad accostare danze e canti comici alla rappresentazione caricaturale e parodistica. In un primo momento gli attori blackface recitavano principalmente soli o in coppia; inizialmente le esibizioni si svolgevano in locali di basso rango, mentre in seguito approdarono anche negli entr’acte, ossia gli intermezzi che separavano i due atti degli spettacoli frequentati dall’alta società. 

Solo più tardi, si costituirono delle vere e proprie compagnie itineranti che portavano in scena i cosiddetti “minstrel shows”, spettacoli in blackface caratterizzati da un mix fra sketch, danze, musica e cabaret. Talvolta, a tingersi la faccia, erano anche attori neri; il dato certo però è che gli attori erano esclusivamente uomini e che interpretavano anche donne nere caratterizzandole in maniera grottesca e non attraente, o al contrario, in modo sessualmente provocante. 

L’esagerazione e la ridicolizzazione alla base del blackface ebbe un’influenza significativa nel modo in cui venne plasmata la considerazione della comunità afroamericana nei decenni successivi. Attraverso lo sviluppo di personaggi stereotipati, venne costruito il mito dell’afroamericano pigro, superstizioso, pavido, buffone, lascivo, costantemente intento a rubare o mentire. 
Tramite la distorsione delle caratteristiche della cultura afroamericana e la codificazione della blackness – includendo l’aspetto, la lingua, il comportamento e il carattere – gli americani bianchi sono stati in grado di definire la whiteness in sua antitesi. 
L’iconografia del blackface, attraverso cui la supremazia bianca concretizzò la violenza e la discriminazione razziale, ebbe, e ancora adesso ha, un impatto collettivo enorme sulle rappresentazioni mediatiche e sui prodotti culturali, e le opere d’arte non sono da meno.

“Non sono razzista ma”

Nell’articolo precedente abbiamo parlato molto del razzismo contenuto nelle opere e nelle dichiarazioni di Vanessa Beecroft, artista italo-americana. Ovviamente non si è fatta sfuggire neanche il blackface. Una delle opere che abbiamo già citato, titolata VB61: Darfur Still Death! Still Deaf?, l’artista usa modelle nere sdraiate per terra in mezzo a pittura rossa che ricorda fiumi di sangue per commentare la tragicità del conflitto in Darfur. Nell’articolo precedente abbiamo parlato di quanto quest’opera fosse fuori luogo sotto molti punti di vista ma non ci siamo soffermate sul fatto che le modelle erano state dipinte di nero per la riuscita dell’opera. Beecroft voleva che sembrassero ancora più nere di quanto non fossero già, forse perché coloro che passavano vicino all’opera (esposta in un luogo pubblico) si sentissero ancora più bianchi?

Vanessa Beecroft, VB61: Darfur Still Death! Still Deaf?, 2007

Forse per rendere più tragica l’immagine? O forse per annullare l’individualità delle modelle rendendole tutte dello stesso indistinto colore? Non lo sappiamo, l’artista non si è mai espressa su questo. C’è però da dire che insieme a tutti gli altri fattori problematici della produzione artistica di Beecroft non ci sorprende ma ci disgusta questo tipo di cecità politica e sociale.

Divers* artist* e performer bianch* hanno usato il principio di impersonificare altre persone con un senso artistico. Alcun* di loro non si sono mai post* il problema che forse impersonificare persone nere con il blackface non fosse l’idea migliore del mondo. Una delle artiste più famose nella storia dell’arte contemporanea, Cindy Sherman, nota proprio per la pratica artistica di creare autoritratti fotografici in cui impersonificava personaggi di film o di fantasia, ha creato una serie dal nome Bus drivers, caduta nel dimenticatoio. Io oggi la voglio ritirare fuori per fare sì che immaginari del genere non vengano riproposti mai più. Come riporta la critica Margo Jefferson, i personaggi creati da Sherman sono sempre stati pieni di sfumature, di dettagli e di differenze, mentre i personaggi della serie Bus driver sono omologati dalle stesse caratteristiche fisiche e dallo stesso specifico colore nero del trucco del blackface.

Cindy Sherman, Bus driver, 1976-2000

Invece che usare lo stereotipo per fare critiche costruttive, Sherman lo ha confermato e trattato con superficialità. I grandi musei del mondo hanno trattato la tematica in modo diverso quando si è presentato il problema di decidere se esporre o no queste opere. Il museo parigino Jeu de Paume ha esposto ogni opera senza alcun disclaimer in una mostra personale del 2006. Il MoMA ha deciso di omettere questa serie dalla mostra senza spiegazioni. Al Broad di Los Angeles le opere sono state esposte con una dichiarazione dell’artista che attribuiva la loro esistenza a “youthful ignorance” (ignoranza giovanile). Ognuna di queste scelte è problematica in sè per molti motivi diversi. La cosa migliore sarebbe stata non esporle ma spiegare la scelta e fare sì che questo tipo di arte fosse nota e non nascosta sotto al tappeto.

Un’altra artista che ha usato il blackface su sè stessa è Lynn Hershman Leeson, artista digitale americana. Nell’opera Self portrait as Another Person, per “dimostrare vicinanza nei confronti delle comunità oppresse” ha pensato fosse una buona idea creare una calco del suo volto in cera e di dipingerlo di nero. Sotto alla scultura in cera ha aggiunto un registratore con l’audio che si attivava al passaggio delle persone e riproduceva una serie di domande come “What did you say? Who are you? How do you spell your name? What was your first sexual encounter? I’d like to know you better. Are you in love with anybody? Can you trust me?” (Cos’hai detto? Chi sei? Come scrivi il tuo nome? Qual è stato il tuo primo incontro sessuale? Mi piacerebbe conoscerti meglio. Sei innamorat* di qualcuno? Ti fidi di me?). 

Lynn Hershman Leeson, Self-Portrait as Another Person, 1966-68

Oltre alla palese problematicità della scelta del blackface come metodo per sostenere le comunità oppresse, il fatto di accostarci un audio di questo tipo dimostra un’idea di infantilizzazione e inferiorità intellettuale della persona nera o come se la persona nera avesse in sè una qualche genuinità primitiva a cui noi dovremmo aspirare, per cui farsi queste domande ingenue e prive di filtri sia un’ideale a cui tendere. 

Quando il blackface è un’arma di rivendicazione

Quelli menzionati sopra sono gli esempi più noti e più evidenti di come il blackface è stato usato nell’arte contemporanea e di come sia rimasto una questione non problematicizzata dai più. La onnipresente bianchezza del mondo dell’arte fa sì che questioni come questa siano sempre troppo sminuite, e le voci di chi le critica silenziate. Non ci sono però solo esempi di questo tipo, ma vogliamo mostrarvi un esempio virtuoso che ci sembra importante menzionare.

Abbiamo già parlato di un’artista e un’opera d’arte a cui siamo particolarmente affezionat* in questo articolo. Si tratta di Baseera Khan, artista indiana che usa la sua pratica artistica per portare importanti critiche e riflessioni al sistema oppressivo intersezionale legato alla sua esperienza personale e sistemica. Come descritto nell’articolo, l’opera di cui parliamo è intitolata Braidrage e consiste in una performance realizzata dall’artista stessa, usando una parete da arrampicata indoor in cui gli appigli sono modelli in resina ricavati da calchi di parti del corpo dell’artista e a cui sono stati aggiunti altri elementi come catene d’oro cubane, capelli, pezzi di coperte per l’ipotermia. Khan usa questa parete di arrampicata per una performance in cui lei stessa arrampica seguendo una sorta di coreografia. Mani e piedi, coperti di gesso nero, lasciano una traccia sul muro bianco e vanno così a rappresentare in modo simbolico il dipingere di nero la pelle bianca.

Baseera Khan, Braidrage, 2007

Gli appigli in resina, oro, capelli e coperte per l’ipotermia simboleggiano i traumi che le persone di colore devono affrontare per sopravvivere. In particolare i capelli rappresentano lo sfruttamento delle donne indiane per la produzione di parrucche, le coperte rimandano alla condizione di persone africane, mediorientali o sudamericane che spesso fuggono da situazioni difficili e potenzialmente pericolose. I traumi che le persone nere e di colore si trovano a dover subire vengono assorbiti dal corpo e diventano cicatrici indelebili che segnano l’esistenza di chi appartiene a determinate etnie. Nell’opera però queste cicatrici si trasformano in appigli e supporti per aiutare l’artista, un’altra persona di colore, a scalare l’insormontabile parete bianca, le trecce di capelli scurissimi diventano corde per mettere in sicurezza chi cerca di superare l’ostacolo.

Usare la blackface in modo simbolico si contestualizza come espressione da parte di una persona di origine indiana dell’immenso panorama di sofferenza che il colore della pelle apre.

Dunque nell’opera la blackface va a inserirsi in una lunga lista di simboli dell’oppressione (i capelli, le coperte). In questo senso il simbolo viene sublimato, spogliandosi del retaggio discriminatorio, per essere quindi rivendicato con un’accezione positiva: l’artista riscopre se stessa e la categoria marginalizzata da cui proviene.

Bibliografia

Frank P., Cindy Sherman’s Early Blackface Photos And The Art World’s White Gaze, Huffington Post, 2016, https://www.huffpost.com/entry/cindy-shermans-early-blackface-photos-and-the-art-worlds-white-gaze_n_57b5abb5e4b0fd5a2f415daa 

ADA, Archive of Digital Art, https://www.digitalartarchive.at/database/general/work/self-portrait-as-another-person.html#:~:text=Lynn%20Hershman%20Leeson%20%3E&text=A%20predecessor%20of%20Lynn%20Hershman,a%20wig%20with%20tousled%20hair

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