di Chiara Lorenzi

Ti sei mai sentit* invisibile? Io no e, anche se a volte avrei voluto, sono consapevole che anche questo sia un privilegio. 

I contesti in cui si può desiderare di essere invisibili possono essere molti: il momento in cui ti accorgi che le mestruazioni ti hanno sporcato i pantaloni e devi camminare davanti a qualcun*, gli istanti in cui ti senti addosso uno sguardo indesiderato perchè temi possa precedere un atto di catcalling o anche solo una giornata in spiaggia in cui dovrai stare in costume, perchè temi che qualcun* possa notare i tuoi peli o quelli che consideri dei difetti fisici. Il punto è che la maggior parte dei motivi per i quali una persona potrebbe desiderare di essere invisibile sono dettati da concetti che ci sono stati inculcati dalla società patriarcale.

Oltre ad offrirci tanti buoni motivi per desiderare l’invisibilità, questa bella società ha deciso anche di rendere invisibili dei personaggi a sua scelta, utilizzando il solito criterio binario “buoni o cattivi”, in cui il buono è che si adatta maggiormente alle norme imposte dalla visione etero-cis normativa (aggiungerei anche: bianca).

L’invisibilizzazione è sicuramente una delle armi più subdole e potenti che una società possa impiegare e, declinandosi in censura, cancellazione e rappresentazione distorta, diventa dannosa in svariati modi e su più livelli.

La censura (che dai media tradizionali oggi si è spostata per necessità anche sui social, Zuckerberg sto parlando con te) viene utilizzata per presentare il sistema di valori adottato come perfetto e inattaccabile, eliminando qualsiasi critica o prova concreta riguardo alle molteplici contraddizioni e ingiustizie che potrebbero turbare i cittadini che ancora appoggiano tale sistema.

La cancellazione serve per convincerti che non esista nessuna alternativa valida ai valori che, proprio per questo motivo, ti sono stati imposti: dovrai sudare per trovare delle fonti attendibili a riguardo e non ti verrà mai presentata nessuna figura che, tramite il proprio vissuto, possa costituirne un esempio. Anche in questo caso, l’avvento di internet ha rappresentato un ostacolo al controllo delle informazioni che ci arrivano, ma si è riusciti a confondere bene le acque con la perenne lotta “fonti ufficiali vs. siti complottisti”, anch’essa polarizzata ad arte per convincerci che non esista una via di mezzo e quindi sia impossibile trovare notizie attendibili che non provengano da fonti ufficiali. 

Tanto per fare di necessità virtù, negli ultimi anni gli algoritmi dei social sono stati implementati in modo da trasformare internet da potenziale minaccia a braccio destro del patriarcato: non so voi, ma nonostante io salvi e metta like a praticamente tutti i post pubblicati dagli attivisti che seguo, Instagram continua a propormi nella sezione esplora sempre e solo foto di moda o meme, che sono sicuramente il modo migliore per distrarmi da (e quindi oscurare) notizie più importanti.

L’invisibilità delle minoranze, a livello sociale, politico e sanitario, rappresenta un’altra declinazione della cancellazione di cui sopra, che in questo caso viene utilizzata sia per evitare il ruolo di cura che la società dovrebbe avere nei confronti di tutt*, che per aggirarne la responsabilità: se la persona (discriminata, diversamente abile, bisognosa di cure mediche o interventi o semplicemente con uno stato psicologico precario, che deriva dal sentimento di non appartenenza ai canoni proposti e ufficialmente accettabili) è invisibile, anche i disagi che vive lo sono e il problema non si pone. 

Questo metodo di (non) risoluzione dei problemi è quello che ha reso molte persone doppiamente invisibili: vale per qualsiasi persona appartente a più di una categoria discriminata, ma vorrei aprire una parentesi riguardo alla salute mentale, perchè in questo caso mi sembra che si sia anche creato un circolo vizioso. 

L’invisibilità della comunità queer è tra i principali fattori che minano alla serenità mentale di chi ne fa parte e, nell’esatto momento in cui si entra nel campo della salute mentale, si trova una seconda comunità di persone marginalizzate e, quindi, invisibili. Inoltre, dal recente incontro organizzato da Frammenti di In Ascolto a tema Queerness e salute mentale, varie persone hanno testimoniato, tramite il racconto di esperienze vissute in prima persona, sull’arretratezza del sistema sanitario italiano, a volte inefficace (e perfino dannoso) se interrogato riguardo a queste tematiche: alcun* psicolog* sembrano non aver ricevuto una formazione adeguata a renderl* un efficace supporto per le persone queer che si presentano nel loro studio, cosa più che comprensibile se consideriamo l’anno in cui si sono laureat*. In ogni caso, non sembrano nemmeno spint* a seguire nessun corso di aggiornamento sul tema… probabilmente perchè lo stato italiano non ne offre, considerato che non si occupa neanche di formare il personale sul comportamento da adottare al cospetto di una persona trans (piccolo suggerimento tratto da una storia vera: urlare il dead name della persona in questione di fronte a un’intera sala d’aspetto e chiederle più volte conferma del genere con faccia palesemente molto confusa non rientra in tale comportamento).

Un’altro fattore che rende le minoranze più vulnerabili dal punto di vista psicologico è la rappresentazione distorta che i media tradizionali e l’industria cinematografica propongono da sempre.

La narrativa profondamente corrotta dei fatti di cronaca che viene perennemente proposta da quotidiani e telegiornali è il primo punto che mi viene in mente, ma in questo caso lancio a Instagram la patata bollente e, per approfondire l’argomento e trovare esempi concreti, consiglio di seguire le pagine @nojusticenopeace_italy , @deifuturoantirazzista , @stregafemminista e @_jenniferguerra_ .

Come non citare il queer coding, se parliamo di rappresentazione? 

Per queer-coding si intende la tecnica narrativa adottata principalmente da serie tv e film, che consiste nell’incorporare in alcuni personaggi determinate caratteristiche, senza rendere esplicito il loro essere queer. Se consideriamo la censura applicata all’industria cinematografica fino a poco tempo fa, capiamo il motivo per cui è nata questa pratica e per alcun* verrà anche spontaneo vederne la buona intenzione che vi si cela dietro: includere dei personaggi queer in prodotti destinati al pubblico medio sicuramente aiuta a  normalizzare la loro esistenza nella testa di chi ancora non li accetta – o non li considera – e il fatto che ultimamente sempre più sceneggiature presentino questa caratteristica dovrebbe farci tirare un sospiro di sollievo pensando che i tempi stanno finalmente cambiando… in realtà, come sempre potrebbe andare (molto) meglio. 

La codifica necessaria per rendere l’appartenenza alla comunità queer riconoscibile da tutti senza esplicitarla si è tradotta nella creazione di stereotipi, che tutt’ora influenzano in più modi la nostra società.

Prima di tutto occorre pensare alle tipologie presentate più frequentemente: i cattivi (vedere cartoni Disney, per approfondire segnalo ancora un post instagram di @stregafemminista), i martiri (quanti film hanno fatto morire di AIDS o suicidi i propri personaggi?) o i miserabili (quelli che non muoiono, vengono discriminati o viviono una costante lotta per essere accettati dalla società). Questa rappresentazione non ha fatto altro che rafforzare nella testa delle persone la convinzione che l’essere queer vada contro ogni principio di moralità, conduca alla morte o comunque renda la vita un inferno e costringa a vivere sempre da outsider. Non dimentichiamo inoltre quanto sia invisibilizzante il fatto di rappresentare una categoria senza esplicitarne aprtamente la natura, aumentando l’effetto “queer=cattivo” e giustificando implicitamente la tendenza a nascondere la propria essenza in caso non rientri negli standard imposti. 

A proposito di questo, gli effetti della rappresentazione distorta della comunità LGBTQIA+ si manifestano, oltre che in numerose richieste di supporto psicologico, anche creando una divisione all’interno della comunità stessa: abbiamo interiorizzato così tanto I concetti descritti sopra e la necessità di aderire ai canoni di normalità prestabiliti, che non è raro trovare persone queer che ne discriminano più o meno apertamente altre (mai sentito nessun* lamentarsi che qualcun* fosse troppo effemminato, mascolina o vestit* in modo troppo vistoso?), come a voler prendere le distanze da una determinata tipologia di persona queer a cui non vogliamo essere associati. Anche in questo caso, il perpetrarsi di un’associazione automatica tra determinate caratteristiche e la presunta natura (nella mente delle persone ormai tipizzata) di una persona tende spesso ad oscurare la vera essenza di qualcun*.

Non mi soffermerò ulteriormente sull’argomento, ma tengo a dire che ci vedo un’enorme controsenso in tutto questo: dov’è la logica nel dichiararsi non conformi agli standard “etero e cis”, per poi doversi sforzare nuovamente per adattarsi ad altri stereotipi, con altri standard sicuramente meno normati, ma comunque predefiniti? 

Sempre parlando della divisione creatasi all’interno della comunità stessa, tra i vari animali fantastici troviamo: persone che no, non ci cascano, loro lo sanno che i bi-, pan-, inter-, demi- e asessuali  non esistono in realtà; persone che postando delle foto nud* sui social si ergono a paladin* dell’autodeterminazione, ma se sei un* sex worker you can’t sit with us; persone che fanno dell’apertura mentale il proprio cavallo di battaglia e definiscono i kinky “pervertiti”; persone che ballano la Carrà sui carri del pride in nome dell’inclusività, ma non ci pensano due volte prima di fare fat-shaming nei confronti dell* collegh* in ufficio… potrei andare avanti per ore ma vi vedo che siete già provati.

Visto che le sole lamentele non hanno mai portato a niente di buono, mi chiedo: come migliorare la situazione? 

Per quanto riguarda la narrativa dei media tradizionali, come sempre serve empatia e umiltà: molti giornalisti dovrebbero riconoscere l’arretratezza della propria retorica e farsi insegnare da qualcun* a utilizzare un linguaggio più inclusivo e meno fazioso, considerato che un articolo di cronaca dovrebbe sempre essere il più obiettivo possibile. Per quanto riguarda film e serie tv, è giusto e lodevole che si cerchi di mostrare quante più diversità possibili e, ripeto, la presenza sempre più frequente di personaggi queer all’interno delle sceneggiature è segno che per fortuna i tempi stanno cambiando, ma è giunto il momento di fare un ulteriore passo avanti: se la loro presenza è ormai comunemente accettata, ora è il caso di riflettere e lavorare sul modo in cui questa viene rappresentata. Un ottimo esempio sono Chiamami con il tuo nome e We are who we are (entrambi di Luca Guadagnino): prima di tutto perchè l* protagonist* sono queer, ma la sofferenza che affrontano non dipende esclusivamente da questo, in secondo luogo perchè l’ambiente in cui sono immers* non è per niente discriminatorio nei loro confronti, ribadendo, contrariamente a quanto fatto dal queer-coding, che ciò dovrebbe essere la norma.

Sembrerà strano, ma anche il porno può aiutarci ad essere più inclusivi: più precisamente il Post-porno.

Secondo il filosofo Paul B. Preciado, citato da Valentine aka Fluida Wolf nel libro Post porno, “La pornografia è una potente tecnologia di produzione di genere e sessualità.”: se ciò è vero (e lo è), può essere utilizzata anche per sovvertire l’immaginario sessuale fortemente etero-normato, maschilista e abilista (e che spesso e volentieri feticizza le minoranze) a cui siamo abituati, proponendo scenari che ancora ci sembrano poco plausibili e corpi e identità che al momento sono ancora raramente rappresentati. 

Anche il rainbow washing (come il white washing nei confronti delle persone non occidentali) è sicuramente una pratica che contribuisce a rafforzare gli stereotipi e invisibilizzare la comunità queer, in quanto si avvale della visibilità che queste tematiche per fortuna portano ultimamente con sè, senza però preoccuparsi di apportare alcun contributo alla comunità stessa o utilizare l’opportunità per affrontare determinati discorsi che la riguardano, rimanendo quindi in superficie e sfruttandone solamente il tema per aumentare le vendite.

Sempre per sostenere quanto sia importante e necessaria l’empatia per una società più inclusiva e per la serenità di chi ne fa parte, tengo a sottolineare quanto la lotta per la libertà di espressione e contro il politically correct non riveli altro che una totale mancanza di questo valore: mettere il disagio che una persona può provare nel dover stare attenta alle parole che utilizza al di sopra del dolore che queste ultime possono causare a qualcun* appartenente a una categoria discriminata è estremamente egoista, oltre che un ulteriore fattore di invisibilizzazione del dolore di tale categoria. Chi mi conosce sa quanto ami il black humor, ma questo è lecito e divertente quando l’ironia viene utilizzata per sopportare determinate difficoltà che la vita ci pone davanti, sicuramente non lo è quando diventa parte del problema e si schiera dalla parte dell’oppressore (rimando, ancora una volta, a un post scritto da @stregafemminista su Instagram in cui spiega molto bene la differenza tra umorismo punch-up e punch-down… continuo a sperare che Pio e Amedeo lo leggano, ma dubito seguano molte pagine di attivist*). 

Della stessa matrice patriarcale, che tende a mantenere le persone etero-cis al centro del discorso, sono le obiezioni mosse verso l’attenzione richiesta nell’utilizzo di un linguaggio più inclusivo o la tendenza a non dare più per scontato il genere di una persona, specificando o chiedendo il pronome che si preferisce: forse le persone che muovono queste critiche (che sono le stesse che si rifiutano di utilizzare i femminili delle parole indicanti le professioni perchè “suona male”) non hanno pensato all’importanza che il linguaggio riveste nella formazione del pensiero comune. Nel corso di una vita intera, utilizzare soltanto il maschile per indicare certe professioni influenza, anche se in minima parte, il nostro modo di vederle e ci porta inconsciamente a pensare che se non sei un uomo per te sarà più difficile intraprendere quella strada. Allo stesso modo, utilizzare una lingua che contempli solamente maschile e femminile ribadisce la legittimità riservata unicamente a questi due generi, escludendo automaticamente gli altri.

Che altro dire? Purtroppo la maggior parte delle soluzioni proposte sopra non dipendono direttamente da noi in quanto singoli cittadini, considerato che la maggior parte di noi probabilmente non ha in programma di girare un film a breve o diventare psicologo, ma qualcosa che possiamo fare c’è: rompere le scatole sui social alle istituzioni e ai giornali che promuovono un linguaggio non propriamente corretto, fare attenzione a non sostenere le aziende e i personaggi dello spettacolo che si macchiano di rainbow-washing, diventare l’amic* / figli* / parente rompiscatole che riprende chi fa battute discriminatorie o anche solo smettere di avere questa avversione per gli errori che spesso ci impedisce di ammettere che anche noi a volte siamo stati parte del problema e capire come migliorarci.

Accettare che il progresso passa anche attraverso il linguaggio e che i brividi che ci vengono quando vediamo un asterisco o sentiamo la parola dottora non sono altro che una resistenza prodotta dal cambiamento che stiamo vivendo; capire che, anche in questo caso, il nostro fastidio nel sentire o utilizzare questo “nuovo” linguaggio è sicuramente trascurabile rispetto ai benefici che potrebbe apportare a livello sociale. Ciò a cui dovremmo stare più attenti però è sicuramente la divisione interna alla comunità LGBTQIA+: prima riusciremo a disfarci delle sovrastrutture normative ereditate dalla società patriarcale, prima risuciremo a superare le divisioni e chiedere a voce ancora più alta la visibilità che spetta a tutt*.

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