In questo periodo, tra le iniziali preoccupazioni per il diffondersi del virus, la successiva quarantena e l’attuale graduale riapertura, un tema fondamentale che ci sentiamo di trattare è la percezione del dubbio e dell’incertezza.

La scienza si fonda sul dubbio e sulla curiosità e la ricerca nei confronti delle cose che non conosciamo (ancora). Prima di poter avere le risposte si va per tentativi, avvicinandosi sempre di più a una verità accettabile, e comunque spesso relativa, aspettando la prossima teoria. Anche per il COVID-19 si è proceduto in questo modo, ma l’urgenza di ricevere informazioni ha creato un forte sentimento di mancanza di controllo. Abbiamo sentito dire che le mascherine sono utili, poi che sono inutili, poi che la distanza doveva essere di un metro, un metro e mezzo, dieci metri, che il virus rimane nell’aria, che rimane sulle superfici, che i guanti sono indispensabili e poi che sono più dannosi che utili. Abbiamo sentito dire che le statistiche de* mort* erano preoccupanti, poi che erano inaffidabili, le misure di contenimento a livello governativo e le informazioni rilasciate erano quantomeno sempre molto vaghe e “interpretabili”. Questo ha fatto sì che le persone si dessero delle risposte da sole: c’è stato chi rifiutava le misure, convincendosi che non fosse niente di poi così grave e andando in giro come se niente fosse, e c’è stato chi al contrario si è chiuso in casa anche quando si poteva tornare a vivere la città come spazio pubblico.

Il dubbio ci mette in crisi, ci fa rendere conto di quanto suscettibili siamo al caos, agli imprevisti e di quanto poco sappiamo del mondo intorno a noi. Riuscire a rimanere un po’ sospesi dentro il dubbio, resistendo all’istintivo desiderio di fuggirne, è però uno strumento di crescita incommensurabile. Solo attraverso il dubbio possiamo mettere in discussione le cose e cercare con calma risposte che rispecchiano di più la nostra verità. Solo attraverso il dubbio possiamo risolvere questioni in sospeso da tempo, decostruendo le sovrastrutture interne ed esterne, rimettendo in questione gli insegnamenti che ci sono stati inculcati in modo dogmatico dalla nascita.

“Pensare con la propria testa” non è così semplice come sembra: impone di non sapere più niente per un (anche lungo) periodo di tempo, non sapere più cosa si pensa, cosa sia vero, impone di perdere totalmente il controllo e sentirsi spaesat* e rimanere lì a rifletterci. Sarebbe molto più semplice prendere le certezze di altr* (genitor*, educator*, insegnanti, amic*, compagn* di vita) come dati di fatto, invece che sbaragliare tutto. Intendiamoci: non stiamo dicendo che niente di ciò che ci viene insegnato sia sbagliato per natura. Dopo aver messo in discussione tutto ciò che sappiamo e tutto ciò che ci circonda, alcune cose possono essere riconfermate, ma con consapevolezza e abbracciandole nella loro complessità. 

Anche il femminismo e la lotta al patriarcato suprematista bianco, lotta a cui noi partecipiamo in modo totalizzante, partono dalla messa in dubbio delle sovrastrutture a cui il mondo è stato abituato millenni. Ci è stato insegnato che le donne sono deboli e fragili, che vanno protette e che sono emotive, ci è stato insegnato che gli uomini hanno un istinto sessuale predatorio, che gli uomini sono forti, che sono calcolatori, che sono razionali. Ci è stato insegnato che i generi sono solo due, che le famiglie sono solo formate da padre, madre, figl*, che le persone nere sono selvagge o esotiche, che le civiltà colonizzate erano “indietro”, che le donne sono naturalmente portate ad essere madri, che il sesso assegnato alla nascita deve rimanere quello per sempre.

Ci è stato insegnato che le donne seguono e gli uomini conducono, che i gay sono deviati, che le donne si devono coprire se non vogliono essere oggetto sessuale, che le persone nere sono pericolose, naturalmente portate alla criminalità, come le persone rom sono naturalmente portate a rubare. Ci è stato insegnato che le donne portano le gonne e gli uomini i pantaloni e poi che le donne possono portare i pantaloni ma gli uomini non le gonne perchè il modello maschile prevale sempre, che si può amare solo una persona alla volta, che i legami di sangue sono i più importanti, che le persone bisessuali sono confuse o cercano attenzione e che le persone disabili non sono degne di attenzione. 

Il femminismo intersezionale smonta tutti questi costrutti, mette in dubbio tutte queste nozioni che abbiamo radicate in noi. 

Cerchiamo costantemente di mettere in dubbio i nostri successi, confrontandoci con i nostri privilegi, mettiamo in discussione le frasi che ci sembrano innocue chiedendoci se nascondono invece delle microaggressioni; mettiamo in dubbio la nostra competenza, ascoltando attivamente chi di noi ha più esperienza diretta e affidandoci alle loro sensibilità. E soprattutto impariamo che il dubbio non deve farci per forza paura ma che è proprio dalle zone grigie di criticità e interrogazione che affiorano le consapevolezze e le riflessioni più belle, complesse e oneste. Le verità universali e incontrovertibili che non lasciano spazio al dubbio sono solo per i fascisti (parafrasando la nostra amata fumettibrutti).

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