Content Warning: catcalling, aggressione, stupro, spoiler della serie

Vorrei che sapeste che il solo motivo per cui faccio questo [racconto la mia storia] è che c’è chi crede di conoscermi. Pensano tutti di sapere come sono, ma la verità è che loro non conoscono me. Ad ogni modo se questo dovesse aiutare altre persone a farsi avanti io ne sarei felice. Io mi ritengo una persona anomala. Ma chi vorrebbe essere uguale a tutti gli altri? Di certo non io. Alcuni mi chiamano sgualdrina, ma io detesto quella parola. Non la condivido affatto o per meglio dire non condivido nessuna etichetta. Ma che cosa ci posso fare? Mi capite?

Guardando She’s Gotta Have It su Netflix per la prima volta ricordo di aver pensato che questo era il primo show mainstream a cui ero esposta che non solo aveva un cast prevalentemente nero, non solo aveva una protagonista nera sui vent’anni, ma aveva una protagonista nera sui vent’anni pansessuale, sex positive e poliamorosa. Insomma, una grandissima figata. 

She’s Gotta Have It è una serie di Netflix uscita nel 2017, diretta e creata da Spike Lee. Si tratta di un adattamento del suo omonimo lungometraggio d’esordio del 1989 scritto, diretto e interpretato da Lee stesso. 

Nola Darling (DeWanda Wise) è la protagonista, una giovane donna afroamericana, orgogliosamente nera, che vive nel quartiere gentrificato di Brooklyn; si destreggia tra mille lavoretti per pagare l’affitto esorbitante e per sostenere la sua vera vocazione: dipingere. Nola è un’artista che sta scoprendo se stessa attraverso sua arte e attraverso le sue relazioni. Le relazioni di cura reciproca, sostegno, rivalità e amore con le sue amiche; le relazioni con le persone più anziane che la ispirano; con Papo, ex-insegnante d’arte nel college di Nola che ora è senzatetto ma che continua ad essere una parte integrante del quartiere; le relazioni con le sue mentori e con le sue muse; e le relazioni sessuali e/o amorose con gli uomini e con la donna nella sua vita. 

Sono proprio queste relazioni poliamorose, o meglio, forse, anarchiche – anche se lei non le definisce mai tali – che occupano gran parte della trama della serie. I tre uomini con cui Nola ha una relazione sono il vanitoso e bellissimo Greer Childs, il divertente e premuroso Mars Blackmon, ed il padre di famiglia, uomo in carriera, daddy Jamie Overstreet. Nola è attratta dal meglio in ognuno di loro e si fa nutrire emotivamente in modi differenti da ciascuno, ma rifiuta di impegnarsi nell’accezione stereotipata e mononormata del termine con nessuno di loro, amando invece la sua libertà personale e volendo esplorare intenzionalmente dinamiche relazionali alternative alla monogamia. Questo fino a quando non riprende i contatti con Opal, una vecchia fiamma con cui invece decide di provare ad avere una relazione monogama con l’intento di “prendersi una pausa dalle energie maschili nella sua vita”. 

Tuttavia, come apparirà chiaro soprattutto nella seconda stagione, la relazione più importante che Nola coltiva nell’arco di questa narrazione è con se stessa e con la sua arte, incredibilmente personale ma di un personale-politico che si dipana su questioni come il catcalling, le violenze e gli abusi sessuali, il poliamore, l’identità sessuale, politiche sex-positive e, soprattutto, il razzismo in America e la misoginuoir, la misoginia mista a razzismo, mista a iper-sessualizzazione particolare che subiscono le donne nere in quanto donne nere. 

Nola sta cercando di navigare il mondo senza chiedere scusa, imponendo la propria identità al di fuori da etichette o da ciò che i tabù sociali impongono. In realtà le etichette Nola le usa, ma le usa decostruendole, ponendole in contraddizione e in conversazione. Le etichette per Nola non sono mai statiche, quasi non sono sostantivi; paiono piuttosto dei verbi. La serie inizia con Nola che dice “Sono una pansessuale poliamorosa e sex-positive” e termina con le parole “Non sono una sgualdrina, non sono dipendente dal sesso e non appartengo a un cazzo di nessuno”. Così le opere di Nola, disseminate per tutta la serie e protagoniste nell’ultimo episodio della seconda stagione, rispecchiano pezzetti disordinati e caotici di un collage che è la sua identità in costante divenire.

Tornando brevemente alla versione originale di Lee, essa era stata protagonista di critiche accese in particolare su una scena di stupro che avveniva tra uno dei protagonisti maschili (il personaggio di Jamie Overstreet) e Nola, scena discussa in quanto la violenza era decisamente gratuita e presentata in maniera tale da offuscare intenzionalmente i confini del consenso (argomento che, per quel che mi riguarda, non è mai “difficilmente interpretabile”. Il consenso o c’è ed è entusiasta e libero, oppure non c’è e si parla di stupro). 

In questa nuova versione di She’s Gotta Have It, uno Spike Lee forse più maturo e attento alle consulenze nella serie e testimonianze di donne e artiste nere, ri-affronta il tema della violenza di genere ma questa volta con un focus sulle molestie per strada. Già nel primo episodio Nola, tornando a casa da sola la sera, viene aggredita da un uomo che la molesta verbalmente e poi la afferra per i polsi strattonandola. E’ un evento incredibilmente traumatico per Nola che sfoga la sua paura, rabbia e frustrazione in una serie di manifesti titolati “My name isn’t” che affigge per la città. 

Quest’opera di arte pubblica contro le molestie di strada si basa sull’opera dell’artista di Tatyana Fazlalizadeh, artista visiva nera e iraniana originaria di Oklahoma City. E’ una pittrice politica il cui lavoro spinge alla decostruzione delle oppressioni subite da categorie oppresse attraverso ritratti e illustrazioni delle individualità appartenenti a quelle categorie. L’opera da cui è tratto “My Name Isn’t” di She’s Gotta Have It, s’intitola “Stop Telling Women To Smile”. Si tratta di un progetto cominciato da Fazlalizadeh in Brooklyn nel 2012, attivo ancora oggi e itinerante non solo in diverse città americane ma anche in Europa. Consiste in una serie di manifesti in bianco e nero illustrati (le illustrazioni sono piuttosto degli sketch a matita, grezzi, appassionati, veementi quasi) con volti e/o busti di donne di etnie, età, fisicità diverse a cui sottostanno dei concisi e potenti slogan come “Stop telling women to smile” oppure “my worth extends far beyond my body” o ancora “harassing women does not prove your masculinity”. 

Quest’opera, per qualche motivo, mi è rimasta dentro. Così come mi ha stretto lo stomaco per la sua bellezza ed il suo potere grezzo, mi ha anche fatto stringere i pugni dalla rabbia. Questo è quello a cui penso quando penso all’artivismo, quando penso al ruolo dell’arte nella lotta politica, a come le pratiche artistiche non solo possano criticare lo status quo ma abbiano come potenzialità insita anche l’immaginazione di qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Con le loro opere di arte pubblica, Tatyana Fazlalizadeh nella realtà nel 2012 e la sua controparte narrativa Nola Darling nel 2017 non solo rabbiosamente portano alla luce e criticano la violenza di genere, le microaggressioni e le violenze verbali che accadono ogni giorno sotto gli occhi di tuttu, ma allo stesso tempo ripopolano le strade simbolicamente dei volti e delle voci di quelle donnx a cui quelle stesse strade sono negate. E allora anche a me viene voglia di urlare, di sputare, di farmi pulsare le vene del collo e ululare quando un uomo mi dice “sorridi”, quando mi urla “ehi bella”, quando mi cammina troppo vicino e mi sussura “ciao, vuoi scopare?”. Forse un po’ di coraggio in più le opere di Fazlalizadeh me lo darebbero se le vedessi animare i muri della mia città. 

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