di Silvia Gualtieri

Il DPCM del 24 ottobre ha bloccato nuovamente gli spettacoli teatrali per contrastare la diffusione del covid-19. Ma prima del covid-19, i teatri erano già piuttosto vuoti. I ristori sono necessari, ma è anche necessario interrogarsi sulle soluzioni di lungo periodo, è necessario ripensare il sistema perché porti allu artistu possibilità di sopravvivenza in un mondo sempre più digitalizzato e al pubblico il valore di quella esperienza condivisa che è partecipare a uno spettacolo dal vivo. Oppure le nostre scelte ci dicono che non abbiamo più bisogno di tutto questo?

Uno spettacolo dal vivo, così come qualsiasi opera d’arte, è possibile solo come prodotto di due scelte: quella dell’artista (o del gruppo du artistu) che sceglie di realizzare uno spettacolo e quella del pubblico che sceglie di andarlo a vedere. Lo spettacolo dal vivo è questo: nello stesso momento, un artista e uno spettatore che si guardano. 

La scelta artistica

Diventare artisti è una scelta. Quando si parla di un grande artista, è facile tirare in ballo il talento: un artista di talento, un talento naturale… l’arte è una dote, è un dono. Certo, si può avere predisposizione per qualcosa, ma dal momento in cui scopri di aver ricevuto per il compleanno un album dei calciatori, sta a te decidere se andare ogni settimana in edicola a comprare le figurine, oppure se dimenticarlo in un cassetto. Stessa cosa con il talento artistico. Magari a cinque anni pure io ero portatissima per la danza, ma siccome nei successivi ventidue anni non ho ballato 8 ore ogni santo giorno, non sono diventata una ballerina della Scala. Come si sceglie di diventare medico o metalmeccanica, anche chi fa l’attore, la scrittrice, lu ballerinu, diventa tale perché ogni giorno sceglie di dedicare ore del suo tempo a quella determinata cosa, ovvero a recitare, scrivere, ballare. Non è una mistica rivelazione balzata giù dall’iperuranio, è prima di tutto un mestiere. E un mestiere si sceglie. La scelta degli artisti è quasi sempre una scelta informata: sai che sarà dura, sai che la stabilità economica non esiste, sai che il successo arriverà col duro lavoro, con le raccomandazioni o con le botte di c., ma che potrebbe anche non arrivare mai. Sai che, probabilmente, dovrai fare altro per vivere.

Dal momento in cui diventi artista, la scelta del pubblico è quello da cui dipendono il tuo successo, la realizzazione del messaggio che vuoi portare e la tua stabilità economica. Ma la scelta del pubblico… dipende da te?

La scelta del pubblico

“La gente non va più a teatro”. Cattiva, “gente” che fai morire di fame lu artistu che sono così necessari alla nostra società… Siamo onesti, per una volta: la gente siamo noi. Perché non andiamo a teatro? Perché in un mondo iper-saturato di stimoli, di video di tre minuti guardati a metà e di post di tre righe che “questo non lo leggo perché è troppo lungo” non andiamo a teatro? Amo il teatro con tutto il mio essere, ma ogni volta che sento questa domanda mi viene da ridere. Ma cosa vuoi che andiamo a teatro? Cosa vuoi che usciamo la sera che magari fa pure freddo, per andare in un posto in mezzo ad altra gente che mi tocca pure vestirmi elegante, per vedere dei tizi con le parrucche che recitano per due ore un testo vecchio trecento anni. E pagare magari 10 euro per vederli una volta sola! Che poi si trovasse un trailer a morire! No, uno paga così a scatola chiusa e manco due minuti di trailer ti fanno vedere. 

Io la capisco, la gente che non va a teatro. Se in teatro non avessi pianto e riso e passato ore a guardare il palco con la pelle d’oca sulle braccia e le farfalle nello stomaco… col cavolo che ci andrei, a teatro. C’è Netflix! 

Ecco, Netflix è un po’ il paradigma di tutto quello che il teatro non è. Netflix è digitale, il teatro quanto di più analogico esista sulla terra; Netflix arriva a casa tua, il teatro devi andartelo a vedere fuori; Netflix è un’unica piattaforma per tutto il globo, i teatri sono una manciata per città; con Netflix paghi un tot al mese e hai una lista impossibile di cose tra cui scegliere, in teatro o paghi un tot a singolo spettacolo e vedi quello che è in cartellone in quel momento (oppure paghi un tot all’anno e vedi una selezione dal cartellone). Netflix te lo guardi da solu in pigiama copertu di briciole di biscotti, il teatro in mezzo a un sacco di sconosciuti in un ambiente spesso elegante; Netflix è ovunque, reclamizzato in ogni angolo web e social, i piccoli teatri tanta manna se li trovi con Google Maps; Netflix è riproducibile, sempre uguale a se stesso e uguale per tutti, il teatro è diverso ogni sera…

Una differenza capitale sta nel tuo ruolo, davanti a Netflix o in teatro. In teatro devi essere fisicamente e mentalmente presente: in un luogo preciso, ad un orario preciso, per un tempo preciso della tua vita dovrai usare un po’ delle tue meravigliose capacità cognitive per immaginare, vedere e sentire qualcosa che accade in quel momento e poi mai più. Il teatro è spettacolo dal vivo nel senso che si inserisce nel flusso della vita e la incorpora. Con le piattaforme di streaming questo non è necessario: puoi guardare una serie mentre mangi e dimenticarti che stai mangiando. La differenza è spesso quella che c’è tra un’esperienza e una distrazione. 

Credo che il teatro non escluda Netflix e Netflix non escluda il teatro: credo che siano due cose profondamente diverse. Quello che amo del teatro è vedere lu attoru in carne e ossa a pochi metri da me, sentire l’energia loro e del pubblico, vedere la storia e le emozioni nascere davanti a me in quel preciso istante. È un’esperienza che nessuna serie è ancora riuscita a darmi e che va oltre la bellezza dello spettacolo in sé. È, appunto, un’esperienza: qualcosa che sperimento dal vivo e in prima persona. 

Io la capisco, la gente che non va a teatro. Chi te lo fa fare di uscire di casa? Però allo stesso tempo mi chiedo: è possibile che se passiamo cinque ore al giorno a guardare le serie tv che guardano tutti e tre a scrollare il feed di Instagram ci stiamo perdendo qualcosa? È possibile che non siano scelte consapevoli? Netflix è una scelta comoda, il teatro una scelta già più difficile. Ma se il teatro avesse la copertura mediatica delle piattaforme di streaming, se da ogni angolo dei social network saltassero fuori pubblicità di spettacoli teatrali… davvero nessunu sceglierebbe di andare a vedere uno spettacolo?

Il nostro cervello è una macchina potente, ma il mondo che ci circonda è estremamente complesso. Così accade che siamo portati a scegliere le cose che abbiamo modo di vedere più frequentemente. È il motivo per cui la prima volta che senti una canzone in radio dici “che schifo”, la seconda “però non è male”, la terza la canti a squarciagola dall’inizio alla fine. Stessa cosa avviene nella cultura. Se da quando ho cinque anni i mezzi d’informazione mi bombardano con contenuti a tema calcistico e mio padre mi porta allo stadio tutte le domeniche, è possibile che crescerò appassionatu di calcio. Se tutti i sabati mi portano a teatro, è possibile che crescerò appassionatu di teatro. L’informazione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo latita ed è penalizzata da decenni di politiche suicide, che hanno visto l’arte come un parassita e non come una risorsa. Il teatro, lo spettacolo dal vivo e la cultura in generale hanno bisogno non solo di sussidi (che vanno erogati rapidamente, perché è un comparto produttivo che, piaccia o no, dà lavoro a migliaia di persone), ma anche di investimenti che permettano loro di rimanere un’alternativa possibile in un mondo sempre più barricato dietro gli schermi. Portali, vetrine digitali, fondi per la comunicazione possono essere strumenti che permettano al pubblico di fare una scelta più consapevole. Date la possibilità di vederlo questo mondo del momento unico e irripetibile! Tra le cento cose da fare prima di morire io inserirei più volentieri vedere due ore di spettacolo mozzafiato all’arena di Verona che passare tre ore al giorno su Instagram. Io ho scelto di essere artista, ma voi avete davvero scelto cosa guardare?

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