Che cos’è, perché e come avviene la censura nei social media

Come ormai sa chi segue profili di attivistu, Facebook ha recentemente modificato le policy di Instagram in modo da rimuovere account, post, messaggi e commenti con contenuti espliciti, mettendo in un unico calderone molestatoru che chiedono immagini spinte via messaggio e chi fa divulgazione su temi sensibili. Si è molto parlato di questa scelta in termini di censura, ma la questione è davvero complessa. Che cos’è la “censura” nei social media? Perché viene utilizzata? Come viene attuata? Senza farci esplodere i cervellini, cerchiamo di ragionare un po’ su questi temi.

Cosa vuol dire “censura” sui social – Le regole del party

In generale, con il termine “censura” si intende “una forma di controllo sociale che limita la libertà di espressione e di accesso all’informazione, basata sul principio secondo cui determinate informazioni e le idee e le opinioni da esse generate possono minare la stabilità dell’ordine sociale, politico e morale vigente. Applicare la censura significa esercitare un controllo autoritario sulla creazione e sulla diffusione di informazioni, idee e opinioni.” Quasi tutti gli Stati hanno in essere delle leggi che prevedono sanzioni per la diffusione di determinate informazioni, opinioni o idee. A seconda di dove ci si trova, queste leggi possono restringere la diffusione di contenuti che inneggino alla violenza, di opinioni contrarie all’autorità politica e religiosa e così via. I social media sono controllati da aziende multinazionali (es. Facebook Inc., Alphabet Inc.) e non esiste una vera legislazione che regoli i contenuti che possono circolare su queste piattaforme (o nel web in generale). Quello che vediamo sui vari Facebook, Instagram etc. è frutto di una selezione interna alla piattaforma, effettuata in base alle condizioni d’uso dei singoli servizi tramite un principio di self-regulation o auto-regolazione. Quello che Facebook Inc. fa per i suoi social è in un certo senso simile a quello che fa un gruppo editoriale quando decide quali articoli, foto e video verranno pubblicati sui suoi canali d’informazione, ma allo stesso tempo è una cosa molto diversa. Le aziende che controllano i social media stabiliscono autonomamente delle norme di utilizzo in base alle quali lu utenti possono o non possono pubblicare determinati contenuti all’interno della piattaforma, pena l’eliminazione del contenuto e/o l’esclusione dell’utente dal servizio dopo che il contenuto è stato pubblicato. Ci sono quindi alcune particolarità fondamentali:

  1. nel caso dei social media, a produrre contenuti sono lu stessu utenti, che non sono alle dirette dipendenze dell’azienda, ma si limitano a usufruire di un servizio gratuito (dando in cambio preziosa attenzione e ancor più preziosi dati personali); 
  2. Facebook e co intervengono solo a posteriori – una volta che il contenuto è già stato reso pubblico dall’utente (e potrebbe quindi essere già stato diffuso su altri canali) – e agiscono spesso in seguito a una segnalazione da parte di altru utenti, che quindi hanno già visto quel contenuto;
  3. chi controlla i social non è legalmente responsabile di ciò che circola sulle sue piattaforme. 

Recentemente ci sono state anche delle sentenze su questi temi (es. una sentenza della Corte Europea sulla rimozione dei contenuti illeciti), ma le aziende non sono ancora obbligate da nessuno a monitorare post, commenti e messaggi, appunto perché in generale non sono ritenute responsabili dei contenuti postati dallu utenti. In nome della libertà d’impresa, le multinazionali social possono modificare liberamente le loro norme a questo proposito, operando una sorta di “censura privata” all’interno dei mezzi che controllano. Nonostante si dica spesso il contrario, i social non sono una pubblica piazza. Facebook e Instagram assomigliano più ad un evento privato con un numero enormemente grande di partecipanti. E se non rispetti le regole del padrone di casa, questo ha tutto il diritto di buttarti fuori. Peccato che all’interno di Facebook e Instagram gravitino rispettivamente circa 2.7 miliardi e 1 miliardo di persone al mese, molte delle quali utilizzano i social come loro unico mezzo d’informazione. È sensato lasciare il controllo alle aziende? E se non ce l’hanno loro, chi dovrebbe averlo? E soprattutto, questo tipo di censura a chi o a che cosa serve?

A cosa serve la censura nei social – La vetrina

L’intento esplicito delle “Linee guida della community” di Instagram è quello di permettere che la piattaforma “continui a essere uno spazio autentico e sicuro in cui le persone possano trovare ispirazione ed esprimere se stesse” che “riflette la nostra eterogenea community di culture, età e credenze”. Ci sono molte persone che lavorano per i diritti e il benessere altrui e alcune di queste persone veicolano i loro contenuti attraverso i social, ma la favola dell’ “autentico e sicuro” suona poco credibile.

Credo non si insisterà mai abbastanza sugli interessi economici dietro ai nostri cuoricini (quelli di Instagram per lo meno). Nel 2019, Facebook ha fatturato 70,7 miliardi di dollari, con un utile netto di 18,48 miliardi. Nel 2020 i suoi guadagni sono ulteriormente incrementati, anche grazie alla pandemia: più un bel 29% di utile netto nel terzo trimestre, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tradotto per noi profani: l’azienda fa un sacco di soldi e il covid gli ha fatto solo un favore. L’onorabilità di Facebook Inc. ha subito brutti colpi con le presidenziali del 2016 e il caso Cambridge Analytica, ed è chiaro che la tutela degli interessi economici del marchio viene molto prima del benessere dei suoi utenti. Se così non fosse, le soluzioni adottate dalla piattaforma sarebbero diverse e meno improntate esclusivamente al mantenimento di un’immagine “decorosa” dell’azienda. Infatti, se da un lato non fa sicuramente piacere ricevere messaggi molesti e le nuove tecnologie rendono sempre più diffusa la condivisione di video e foto intime non autorizzate, è altrettanto vero che la repressione dei contenuti espliciti non costituisce una soluzione al problema. Anche quando viene operata con le migliori intenzioni, la censura non costituisce una misura preventiva dal punto di vista sociale, ma si limita a curare il sintomo a posteriori. Non interviene sulla radice del problema (la misoginia, l’oggettificazione delle persone), ma si limita a rimuovere dalla percezione del grande pubblico i sintomi di quel problema, quali frasi e commenti misogini o immagini acquisite illegalmente. In questo modo non solo non si risolve il problema originario, ma si generano ulteriori problemi: tra i principali, una diminuzione di interesse da parte del grande pubblico per il problema in sé (es. le donne continuano a lamentarsi della misoginia, ma io non vedo più in giro frasi misogine e quindi penso che la facciano troppo lunga) e un inasprimento dei sentimenti di rabbia e frustrazione che sono spesso alla base di certi comportamenti aggressivi. I contenuti censurati sui canali mainstream si spostano così su altre piattaforme meno controllate, autoalimentandosi e crescendo di volume (si veda il fenomeno degli Incel). Stiamo inoltre parlando di una censura che per il momento avviene solo a posteriori: vengono rimossi post già pubblicati e messaggi già inviati, quindi anche chi viene bandito dai social deve aver fatto danni reali o presunti almeno una volta. Nel caso poi dei contenuti espliciti, la censura va a discapito non solo di molestatoru, ma anche di altre categorie di utenti. Da un lato questo tipo di censura mette ancora più a rischio lu professionistu del settore, già indebolitu dalla crisi e ora costrettu a spostarsi su piattaforme meno conosciute e, appunto, meno controllate anche sotto altri punti di vista, con relativi danni economici e rischi per loro stessu e u loro clienti. Dall’altro, una censura che non fa distinzione tra contenuti divulgativi o artistici e contenuti espliciti fini a se stessi non consente di fare attività di informazione e prevenzione, impedendo di fatto di portare avanti discorsi più inclusivi e che permettano di sviluppare una comunità più sicura. Un mini-esempio pratico dei risultati che si ottengono con un approccio censorio e restrittivo all’informazione in questo ambito? Questo episodio di un format del Guardian, ripreso da Internazionale, riguarda i corsi di educazione sessuale in USA: mostra le lacune del sistema, evidenzia i rischi correlati alla mancanza di una formazione adeguata (su tutti, alto tasso di infezioni sessualmente trasmissibili e gravidanze in età adolescenziale) e beh, fornisce un corso accelerato per chi fosse rimasto indietro (e il cielo sa se in Italia abbiamo bisogno di corsi sul tema). La repressione non funziona. La formazione sì. Così come evitare di parlarne non fa sparire le IST, la repressione non può creare una community allargata più sicura. Non fornisce formazione alle persone e non facilita il cambiamento, ma può dare l’illusione che i problemi siano spariti sotto il tappeto. C’è inoltre da dire che nessuna policy sui social vieta contenuti che sono deleteri per la salute psicologica di molti, quali l’esibizione di corpi perfetti, modificati da filtri e app di fotoritocco, che forse non sono le immagini più adeguate per un pubblico di imperfetti esseri umani, sempre meno allenatu a relazionarsi in maniera profonda con se stessi e con lu altru e perseguitatu da un perfezionismo dilagante. Il sottinteso provocante rimane più che presente su Instagram, negli spot ammiccanti, nei prodotti di bellezza sponsorizzati dagli Influencer, in tutti quei casi in cui ci vengono proposti prodotti o servizi per renderci più attraenti. È il business, bellezza. Le zozzerie non piacciono a nessuno, ma fanno vendere un sacco di shampoo. L’importante è proteggere gli interessi economici. Nel caso dei contenuti espliciti: 1) mettere l’azienda al riparo nel caso in cui trovassero il modo di renderla responsabile per la pubblicazione di contenuti intimi ottenuti o divulgati illegalmente; 2) non far scappare lu clienti o lu partner commerciali che potrebbero scandalizzarsi vedendo il petto di chi non ha ancora perso il seno a causa di un tumore. Per la maggior parte dellu utenti Instagram non è uno “spazio sicuro”: è uno spazio in cui si baratta la propria attenzione per un po’ di distrazione in una vetrina luccicante. Perché la vetrina rimanga attraente, la censura è di vitale importanza. Ogni giorno sui social e sul web in generale vengono pubblicati e bloccati non solo immagini esplicite, ma anche foto, video e descrizioni di violenze e abusi di ogni genere. Instagram e company già non sono esattamente un paradiso, ma se non ci fossero migliaia di persone impegnate a ripulire i nostri feed, i social network sarebbero davvero l’ultimo posto dove vorremmo passare il nostro tempo. Quello che non vediamo non è sparito, è solo nascosto nel retrobottega. 

Come viene attuata la censura – Il retrobottega

Se noi utenti non vediamo più foto esplicite sui social, è solo perché c’è qualcuno che li vede al posto nostro. A filtrare e selezionare i post non ci sono solo algoritmi, ci sono persone. Come ha confermato la pandemia di covid, nessun algoritmo o AI è per ora in grado di discriminare precisamente il contenuto di una foto: anche se le cose stanno evolvendo rapidamente, i cosiddetti “moderatori” sono ancora per la maggior parte esseri umani. Sono loro che implementano le policy di Facebook, Instagram, Youtube e che rimuovono dalle piattaforme e dai nostri sguardi centinaia di migliaia di contenuti violenti e terribili ai limiti dell’immaginabile. Il documentario The Cleaners del 2018 racconta le storie di alcuni di questu “ripulitoru” dei nostri immacolati feed pieni di pubblicità di profumi e modellu in desabillé. Chi lavora come “moderatore” lo fa spesso in condizioni di sfruttamento e può sviluppare gravi problemi psicologici (come il Disturbo post traumatico da stress) per la sovraesposizione a contenuti violenti e disturbanti. Qui trovate delle interviste con moderatoru di Facebook, che raccontano appunto di questi aspetti. Nel percorso per creare una comunità più sicura e inclusiva, i disegnini colorati di Frammenti sono davvero l’ultimo degli ostacoli.

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